Nessuno mi ha mai battezzata /2

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Paesino di provincia, troppo tempo fa

Non vuole più dormire. Si rigira nel letto e vorrebbe piangere, ma la mamma è nell’altra stanza, le ha detto che va tutto bene e che deve stare buona, così nulla le succede. Se piange, invece, viene l’uomo nero. No, l’uomo nero non vuole immaginarlo. Sa che se lo immaginasse, anche solo per un momento, lui arriverebbe lì da lei per portarla chissà dove. Mangiarla? Forse. O forse la caricherebbe sulle spalle come un sacco, o come quei film dove lo Yeti e King Kong prendono le donne e se le portano via, gambe all’aria. Se ci pensa, anche Bruto prende Olivia così, fino a quando Braccio di Ferro non va a salvarla. Ecco, ma lei lo avrà un Braccio di Ferro che andrà a salvarla se l’uomo nero la venisse a prendere?

Sta ferma, con gli occhi spalancati nel vuoto, le braccia rigide, le mani che si aggrappano alle coperte e le tengono ferme. Perché così è protetta. Ha deciso che se si riaddormenta con le coperte sulla testa sarà al sicuro da tutto. Nessuno potrà più inseguirla. Perché lei ha le coperte magiche. Si fa coraggio. Punta ancora gli occhi nel vuoto, cercando di cogliere qualche movimento, ma tutto è normale. C’è solo la notte, il respiro della mamma nell’altra stanza, e la luce fioca della finestra. Quella la spaventa più di ogni cosa. La finestra. Stringe le coperte con le mani e fa un movimento deciso. Si volta e si copre fin sopra la testa. Adesso, pensa prima di addormentarsi, sono al sicuro, niente mi succederà più.

La strada di campagna è quella di sempre, dove passa l’estate. Ci sono gli ulivi, il sole, i muretti a secco, quello alto e quello basso, quello rotto e quello che stanno rifacendo. C’è la cancellata bianca e blu, che delimita la casa, c’è la casa in costruzione, dove non è mai andata sola per paura del buio. Su quella strada sta passeggiando, saltella anzi, indossa le scarpette rosse con l’occhio di bue e i pantaloncini gialli a cui tiene tanto. Ad un’estremità della strada ce n’è un’altra più grande e trafficata e per questo lei non si spinge mai fino a lì, preferisce passeggiare dall’altra parte, verso la discesa, verso casa di Lucia, che ha i conigli e le galline, verso il boschetto.

Sta saltellando sulla strada. Sta solo saltellando sulla strada, quella di sempre.
Non ha fatto niente, sta solo saltellando sulla strada di campagna, come fa sempre, davanti a casa sua, dove passa l’estate. Non ha nessuna colpa apparente per cui meritare tanto. Eppure dietro di lei è appena apparso un pulcino gigante, che vuole ucciderla. Un dinosauro peloso, uno struzzo deforme, la rappresentazione di qualcosa di ignoto. È l’incipit, ma lei questo non lo sa.

Corre. Corre disperata, corre veloce senza poter accelerare, s’impegna, suda, inciampa ma non cade, sbircia con un occhio dietro di sé e lo vede grande, immenso, esagerato, innaturale, che la insegue con le sue zampe di gallina, con gli artigli che si conficcano nell’asfalto. La strada non finisce. Non la ricordava così lunga, anzi non la ricordava così. Non è più a casa sua, non è nella sua strada, è ovunque, in un posto che non conosce, e cerca di scappare da un pulcino. Un pulcino gigante che vuole beccarle la testa. A cui non interessano gli alberi attorno, i frutti, i gatti, i cani, le macchine. Dove sono finite le macchine? Ha fermato il tempo. Non c’è più nulla della sua strada, se non un ricordo, la consapevolezza che è ancora lì, anche se non riesce a riconoscere nulla, soffocata dal dolore di non poter trovare un rifugio, di dover correre lontano dal pulcino, che la insegue, ancora.

Il dolore. Il dolore che prova quando il becco grigio che le passa il cranio le strappa il cervello facendole cadere in faccia un rivolo dolciastro.

Si sveglia che è di nuovo paralizzata. Come prima, quando aveva sognato che le cadevano addosso dei massi enormi. Questa volta però, le fa male la testa, e sa anche perché, ma non ha il coraggio di toccarsi. Forse la testa non ce l’ha proprio più.

- Mamma – chiama, e la voce è un sibilo che la fa rabbrividire pensando che forse così ha svelato a qualcuno, che è lì ad osservarla, il suo risveglio. E’ un blocco di paura. Aspetta di sentire una mano fredda che l’acchiappa, ma non succede niente ed allora ci riprova.

- Mamma - chiama, e questa volta la voce è più forte, ma non abbastanza per scuotere il respiro intenso che accompagna il sonno della mamma.
- Mammaaa – urla allora, e si muove, stringe le mani sulla testa, sente che c’è ancora, e nell’attesa ricca di speranza di sentire i passi della mamma, è felice di essere ancora intera.

Quando la mamma arriva ed accende la luce, lei finalmente può muoversi senza paura.
- Hai fatto un altro brutto sogno piccolina?
- Sì - sussurra con la testa schiacciata al cuscino.
- Ma stai tranquilla ora, è passato.

La mamma la scopre un poco e le accarezza la testa, forse – pensa – lei può vedere i suoi sogni e sa del pulcino, sa del suo cervello strappato via, sa della paura, dell’ansia, della voglia che qualcuno la salvasse, della solitudine che ha provato.

- Adesso dormi, però - le dice la mamma - e non coprirti così, che soffochi.
Per lei è un brivido. È sotto le coperte, le sue coperte magiche. Eppure il pulcino l’ha raggiunta lo stesso. Consapevolezza e terrore. Non è più sicura. Non avrà più scampo.
Ha solo sei anni e la sua vita ora è cambiata per sempre.

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