Kammerspiel, di Paolo Colagrande

Dopo Fìdeg, con il quale Paolo Colagrande ha vinto il premio Campiello 2007, esce il suo secondo spassoso libro: Kammerspiel, entrambi per i tipi di Alet edizioni.

Protagonista e voce narrante è ancora il Bisi, giornalista freelance di un giornale di provincia emiliana, alle prese con la vita di tutti giorni, che alle volte sembra cosa facile eppure c’ha di certi tranelli da rimanere disorientati.

D’accordo, nel caso di Bisi sembra che qualcosa, non so, la sfiga forse, pare che gli si accanisca contro, complicandogli anche le cose più banali, appunto. Vediamo un po’: il lavoro al giornale, una casa in affitto, l’Emilia in attesa della secondogenita, un manipolo di amici con i quali condividere passioni letterarie, il bambino Ale di tre anni, una macchina vecchia. Che problemi può avere uno che ha una vita così semplice, verrebbe da dire banale?

La risposta forse la troviamo in una delle sue divagazione filosofiche sul significato profondo dell’esistenza umana, perché il Bisi, bisogna pur dirlo, è nell’arte del divagare che certe volte si perde. E non arriva mai al dunque. Insomma, le scienze esatte, la speculazione filosofica passando per numerosi aneddoti letterari e il melodramma verdiano per approdare infine a Mina Mazzini, viene da pensare, forse sono il suo punto debole.

Nel frattempo, però, gli eventi anche i più banali si intrecciano e la sfiga si accanisce: e la vita allora può apparire come un girone dell’Inferno dantesco. Il giornale smette di chiamarti, la rivista che hai sempre sognato di fare con coloro che credevi amici è destinata a rimanere una semplice rivista orale, l’ufficio delle tasse ti tartassa e ti tempesta di lettere minatorie, le condizioni economiche si complicano proprio adesso che l’Emilia sta per sfornare la secondogenita. E sembrano cose banali, queste? Certamente non per il Bisi. E poi, diciamoci la verità, la cultura ha il potere di salvarti da tutto questo? Può darsi.

Con un impasto linguistico personalissimo, un ritmo incalzante, e una vena malinconica mista a ironia e un pizzico di cinismo, che attraversa tutto il libro, il Bisi ci racconta le sue vicende, la sua versione dei fatti. E alla fine è difficile rimanere indifferenti, è difficile anche infilare il libro tra gli altri nella libreria, lo fai con cautela. Insomma, finisci per affezionarti al Bisi.

Quando succedono le cose belle, come nel caso di Kammerspiel, bisogna dirle e con le parole giuste, precise. Ecco, ad avercele.

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