Riassumo brevemente le vicende che in questi ultimi mesi hanno minato la credibilità del professor Umberto Galimberti.
In un’inchiesta de “Il Giornale” del 17 aprile 2008, il filosofo veniva accusato di plagio. Il suo ultimo libro, “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani“, edito da Feltrinelli, riporta diversi passi del volume “Le plaisir et le mal“, traduzione italiana “Il piacere e il male”, di Giulia Sissa, pubblicato da Feltrinelli. Il libro viene menzionato, una sola volta, però, di sfuggita, ed il titolo dell’edizione italiana è reso con “Sesso, droga e filosofia” che in realtà è il sottotitolo del testo.
Fin qui, sebbene il dubbio possa già insinuarsi, nulla di compromettente. C’è un duplice errore redazionale: non aver inserito i virgolettati nel capitolo del libro, il sesto, che si riferisce al lavoro della professoressa Sissa e non aver citato nel testo il titolo de “Il piacere e il male”. Galimberti ammette lo sbaglio e si scusa. Solo un errore, qualcosa di ben diverso dal plagio.
Pochi giorni dopo, sempre “Il Giornale” riporta a galla un caso antecedente sul quale il tribunale civile di Roma si era pronunciato con un’ordinanza emessa in data 30/5/2006. Nell’occasione viene accertato che Galimberti, in un articolo pubblicato su “la Repubblica”, intitolato “La stinta metropoli che spegne le emozioni“, ha riportato pedissequamente parti del libro di Alida Cresti, “Nell’Immaginario cromatico“, edito dalla Medical Books di Palermo. L’ordinanza del tribunale vieta a Galimberti ed al gruppo editoriale “L’Espresso” ogni nuovo utilizzo dell’articolo anche per via telematica.
Un nuovo caso, che risale al 1987, lo segnala il quotidiano “Avvenire”. Ne “Gli equivoci dell’anima” Galimberti riassume e rielabora due articoli di Salvatore Natoli. Il nome del filosofo, compagno di studi di Galimberti, viene citato solo a partire dalla seconda edizione del libro.
Ancora “Il Giornale”, in un articolo del 6 giugno, rivela le somiglianze fra l’”Invito al pensiero di Heidegger“, pubblicato nel 1986 da Galimberti per Mursia e “Heidegger. I sentieri dell’essere” di Guido Zingari, edito da Studium nel 1983. Anche in questo caso nessuna citazione dell’originale. Un riferimento al ricercatore dell’Università di Tor Vergata è inserito nelle edizioni successive e dopo un patteggiamento fra gli avvocati dei due autori.
Fin qui la cronaca. Di certo il mancato riferimento alle fonti non può non definirsi plagio. Non siamo giudici, però, tantomeno accusatori. Dubitare, per lo meno, è legittimo. Per chi ama i libri, per chi cerca nella scrittura il valore autentico della bellezza, ne assapora la trasparenza ogni giorno, un pizzico d’amarezza è più che giustificato. Che sia vero o meno quel che dice Vattimo, “Filosofare è copiare“, noi semplici lettori non possiamo saperlo. Pierluigi Battista dalle pagine del Corriere della Sera chiede a Galimberti il perchè di questa propensione. Una spiegazione sarebbe gradita.