Come spesso succede nei libri di Arto Paasilinna, è un animale a fare da elemento trainante della storia, e a creare le condizioni necessarie per far venire allo scoperto il protagonista. Così è anche per Il migliore amico dell’orso, appena uscito in Italia per Iperborea.
Mamma orsa e suoi cuccioli si avvicinano al centro abitato attratti dal cibo facile. Vengono sorpresi a rubare, e mamma orsa, per difendere i suoi cuccioli da una donna infuriata, rimane fulminata mentre morde la gamba della donna che si è accidentalmente aggrappata a un cavo dell’alta tensione nel tentativo di mettersi in salvo. Il cucciolo femmina viene accolto nello zoo, ma per il maschio non c’è posto.
Per il cinquantesimo compleanno del pastore luterano Oskari Huuskonen, i parrocchiani di Nummenpää decidono di donare l’orsacchiotto al reverendo. In realtà, i parrocchiani sperano soltanto di placare l’ira del pastore, il quale è convinto che ci voglia il pugno di ferro in un periodo di crisi così profonda di valori. Ma sarà proprio quell’orsacchiotto a mettere in discussione la vita e soprattutto la fede del reverendo.
Be’, in effetti, neppure la fede del reverendo è così salda come avrebbe sperato lui stesso. Un tempo era stato uno studioso molto rispettato. Ma negli ultimi tempi la sua fede è cominciata a vacillare. Dal canto suo, anche la moglie Saara ne è ben consapevole, anche se lei ha altro a cui pensare.
E adesso arriva un orsacchiotto, uno stupido ammasso di peli a mettere in pericolo un equilibrio già per sé precario. Saara poi non solo non lo sopporta, ma non sopporta nemmeno il fatto che il marito possa occuparsene in maniera quasi ossessiva.
Insomma, succede questo: man mano l’orso richiede un’attenzione crescente, ha bisogno di una sorta di figura materna e paterna insieme, e ciò comporta un fatto che, agli occhi di Saara, di tutti i parrocchiani e del vescovo, parrà strano. Il reverendo Oskari Huuskonen comincia a spostare i suoi interessi dal trascendente al terreno.
La situazione degenera quando Oskari ha una tresca con una biologa venuta a studiare la letargia degli orsi. Saara da in escandescenza e lo pianta. Da qui comincia un viaggio che porterà il reverendo e l’orso, cui è stato appioppato da Saara il nome di Satanasso, a girare l’Europa e il Mediterraneo.
Gliene accadranno di tutti i colori, e pian pano sarà l’orso, a modo suo, a prendersi cura dell’ormai ex reverendo. In effetti, Satanasso ha imparato un sacco di cose stando con gli esseri umani: a stirare, per esempio, o a servire una birra o a spazzare il pavimento. Tutte cose che nelle situazioni difficili risultano l’unica fonte di sopravvivenza.
Su tutte le navi, qualunque sia il porto cui approderanno, su cui riescono a imbarcarsi, trovano sempre il modo di sbarcare il lunario. Si imbatteranno in molti personaggi bizzarri e grotteschi. Toccheranno terre di cui non si parla abbastanza, e non sempre le cose da dire sono positive, tutt’altro.
Un viaggio, dunque, necessario e insieme epico, alla scoperta di una natura spettacolare, tra un sermone e una predica poco convinte e poco convincenti di un prete che ormai aspetta soltanto un segnale dal cielo, un segnale che gli dica dell’esistenza di qualcosa o qualcuno, foss’anche un extraterrestre, andrebbe bene comunque.
Arto Paasilinna ci ha abituati al tocco leggero, alla comicità, al grottesco, all’ironia senza mai scadere nella superficialità. E non ci delude mai.
Il migliore amico dell’orso
1995 - Traduzione dal finlandese e postfazione di Nicola Rainò
I edizione: Maggio 2008
pp. 316 - Euro 16,00
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