Uscirà il 5 giugno prossimo L’Italia dei poteri occulti di Philip Willan, un libro-inchiesta sul crack del Banco Ambrosiano e sulla misteriosa morte del suo direttore, Roberto Calvi. Dopo aver curato personalmente l’edizione italiana, ho voluto intervistare per BooksBlog l’autore, Philip Willan, giornalista inglese che conosce benissimo l’Italia e si occupa da oltre vent’anni della vita e della morte di Roberto Calvi.
Il caso Calvi è storia o attualità?
Un po’ tutt’e due, a questo punto. Credo sia uno di quei grandi misteri del passato che continuano a condizionare il presente. Anche se il mondo non è più diviso in due come ai tempi della guerra fredda, e molti protagonisti della vicenda sono ormai pensionati o passati a miglior vita.
Qualcuno in realtà occupa ancora la scena politica.
Certo, a partire da Silvio Berlusconi, già socio di Flavio Carboni nei suoi affari immobiliari in Sardegna.
Che affari?
Affari in cui s’incontravano la politica, l’imprenditoria, la mafia e la criminalità romana. Che poi è un po’ la cifra stilistica dell’epoca in cui operava Roberto Calvi.
Appunto, un’altra epoca.
Sì. Ma finché non si farà luce su questi misteri, l’attualità italiana continuerà a poggiarsi su un terreno minato, come se fosse mangiato dai tarli.
Nell’introduzione lei spiega che questo libro è una specie di Codice Da Vinci reale. In che senso?
La vera storia della fine di Roberto Calvi somiglia per molti versi a quella raccontata da Dan Brown. Si tratta di una trama complessa, una lotta per il potere che coinvolge il Vaticano, e una vicenda in cui la Chiesa Cattolica si è trovata a volte alleata con degli individui poco raccomandabili da un punto di vista morale.
Facciamo qualche esempio?
Basti pensare all’alleanza stretta - in nome dell’anticomunismo - tra la Chiesa e la loggia P2 di Licio Gelli. Ma anche l’Opus Dei - protagonista del romanzo di Brown, che gli attribuisce una estrema spregiudicatezza morale - c’entra con la vicenda di Roberto Calvi.
In che modo?
Il presidente del Banco Ambrosiano credeva che la ricca organizzazione cattolica sarebbe intervenuta per salvare in extremis la sua banca. Questa scelta, secondo Calvi e i suoi familiari, avrebbe inciso sugli equilibri di potere all’interno del Vaticano e sulla politica vaticana nei confronti del blocco dell’est.
In pratica lei sostiene che l’Opus Dei avrebbe potuto pagare i debiti dell’Ambrosiano, salvando Calvi e la sua banca, ma acquisendo al tempo stesso molto potere (forse troppo) sul Vaticano.
In realtà un rappresentante dell’Opus Dei mi ha scritto per protestare contro questa ricostruzione dei fatti. Una cosa è certa: alla fine l’Opus Dei non ha salvato il Banco Ambrosiano. È possibile che Calvi si sia ingannato o che abbia mentito ai suoi parenti in merito all’interessamento dell’Opus. Ma la speranza che lui riponeva nell’associazione religiosa fondata da San Josemaria Escriva de Balaguer rimane uno degli elementi più importanti, seppur misteriosi, dell’ultima, travagliata fase della sua vita. Forse è questa la somiglianza più importante tra il mio libro e quello di Dan Brown: la constatazione che esponenti della Chiesa possono, a volte, tradire la loro vera missione per calcoli di potere terreno.
Eppure questa non è l’unica ricostruzione dei fatti presente nel libro. Ce ne sono tante altre, al punto che viene da chiedersi: secondo la sua personale opinione, chi ha ucciso Calvi, e perché?
Quando ho scritto il libro, era in corso davanti alla corte d’assise di Roma un processo contro cinque persone accusate dell’omicidio di Calvi. Quel processo si è concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati, e di questo bisogna tenere conto. Non c’è dubbio che le prove più imbarazzanti presentate in aula riguardassero il ruolo di Flavio Carboni, il faccendiere sardo che accompagnò Calvi a Londra. Però anche lui è stato prosciolto.
Quindi Calvi non l’ha ucciso nessuno?
A prescindere dall’esito deludente per l’accusa, credo che sia possibile che elementi mafiosi abbiano svolto un ruolo cruciale nell’esecuzione spettacolare del “banchiere di Dio”.
Mafia, dunque?
Forse. Ma penso anche che i mandanti stessero più in alto e avessero un movente politico, che riguardava i segreti della lotta contro il comunismo. Non bisogna dimenticare che il Vaticano svolgeva un ruolo fondamentale nella lotta contro il comunismo in Polonia, patria di Papa Giovanni Paolo II ed anello debole del blocco sovietico. E che la ragione sociale della loggia P2, di cui Calvi faceva parte, era proprio il contrasto del comunismo globale. L’imbarazzo che questa vicenda provoca ancora oggi in Inghilterra mi sembra sintomatico del fatto che non riguardi una storia di criminalità spicciola, ma interessi molto più grandi e di respiro strategico.
In tanti anni di ricerche e incontri, si è mai trovato in situazioni difficili o pericolose? Ha mai ricevuto minacce?
Devo dire che finora non ho subito contraccolpi negativi come conseguenza delle mie ricerche. Penso che gli interessi in ballo non siano più né vitali né attuali. Nei primi anni dopo la morte di Calvi e fino alla caduta del Muro di Berlino la situazione poteva essere diversa, e un po’ più pericolosa. Oggi esisteranno sicuramente altri meccanismi simili a quelli gestiti da Calvi per combattere il nuovo nemico dell’occidente: il fondamentalismo islamico. E chi gestisce queste vicende probabilmente si trova costretta ad accettare lo stesso tipo di compromessi morali imposti dalle circostanze della guerra fredda. Sarebbe bene imparare la lezione del passato, ed evitare di ripetere gli stessi errori – in sostanza evitare di tradire i valori della società democratica che si cerca di difendere.
Quando il suo libro sarà in tutte le librerie italiane, la accuseranno di anticlericalismo. È pronto a difendersi?
Non mi sorprenderebbe un’accusa di anticlericalismo. Sono stato educato da cattolico in una scuola gestita da monaci benedettini in Inghilterra e ho molto rispetto per chi riesce a trasmettere il messaggio spirituale di Cristo. È difficile non urtare le sensibilità dei cattolici quando si parla del caso Calvi, perchè la Chiesa non ne esce affatto bene. Basta pensare agli alleati finanziari scelti dal Vaticano in quel periodo: prima Michele Sindona, bancarottiere ed assassino, poi Calvi, bancarottiere e bugiardo. Tutt’e due operavano al di là delle regole, giustificando il loro comportamento con l’emergenza della guerra fredda. Riconoscere quello che è successo e chiedere scusa significherebbe fare un passo verso la creazione di una Chiesa migliore, più fedele a Cristo. Come cattolico, è l’esito che auspico.
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