Il sito di Repubblica riporta un interessante dialogo tra Salman Rushdie e Roberto Saviano, entrambi a New York per il Festival internazionale di letteratura PEN World Voices.
L’occasione permette di riflettere su quanto la libertà di pensiero sia una conquista ancora lontana. Due mondi diversi, l’Italia e l’India, due esperienze lontane, quelle di Saviano e Rushdie, unite dal destino di un’esistenza blindata. Gomorra e I versi satanici accomunati dall’onta della persecuzione.
Fatwa e condanna a morte si equivalgono in un intreccio in cui le cosche casertane si affiancano al pregiudizio del mondo musulmano. Un incontro casuale in una casa privata avvicina due uomini condannati a vivere sotto scorta. Per amore della verità, per amore della scrittura.
“…ma pensi che la letteratura possa davvero disturbare il potere? – chiede Saviano a Rushdie.Rushdie: “Assolutamente sì, continuo a crederci. Guarda con quanta attenzione i regimi controllano la letteratura e gli scrittori, pensa a come vigilavano in Unione Sovietica e ne avrai la prova”.
La letteratura è un’arma invisibile ma potente. Smaschera le false credenze, ci fa vedere il mondo da punti di vista impensabili.
Rushdie: “Potrai perdere oggi, potrai perdere per 30 anni ma alla fine vincerai tu, perché la verità alla fine vince sempre. Ricordati: la letteratura non è una cosa di oggi ma, come diceva Italo Calvino, è una cosa di tempi lunghi e su quelli si misurano le cose nella vita”.
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simone_piazzesi
09 mag 2008 - 21:33 - #1le vicende dei due autori potrebbero essere un caso noir di letteratura comparata :)