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Intervista a Yari Selvetella

Pubblicato: 09 apr 2008 da Giammarco Raponi

Yari Selvetella non è certo un esordiente, si è occupato molto di musica ma ha raggiunto la notorietà con Roma criminale, scritto con Cristiano Armati, (Newton & Compton). All’inizio di quest’anno però per Avagliano esce il suo romanzo Male e peggio.

Yari, come nasce l’idea per questo libro?
Nasce da una riflessione sulla periferia di Roma dei primi anni 2000, e sul dispiegarsi di alcuni fenomeni come il lavoro precario e la difficoltà di riconoscersi in momenti collettivi di partecipazione, soprattutto per una classe che in passato è stata protagonista di grandi lotte.

Ancorata alla realtà, quindi. Come si inserisce il protagonista in questa realtà?
Il protagonista del libro, Leo Peggioni, è un commesso precario, e intorno a lui c’è una Roma proletaria, se così vogliamo dire. Un giorno il suo capo viene trovato morto nel piazzale dell’ipermercato dove Leo lavora. E Leo si ritrova nei guai. È a questo punto che, tra virgolette, gli si presenta la fortuna. Stranamente ciò che ha sempre sognato comincia a verificarsi, si ritrova ad aprire un bar in riva al mare, lontano dai problemi.

Tra i personaggi serpeggia una vena di frustrazione, o sbaglio?
No, è così. Sono tutti alla ricerca del riscatto individuale, della Svolta, ma con la consapevolezza che sarà un’illusione. È un po’ come giocare alle slot machine: si spende buona parte della paga, ormai non è un più un lusso o un divertimento, è la ricerca dell’ennesima illusione. Così tutti i personaggi sognano la Svolta epocale: un bar in riva al mare, o poter fare i soldi con attività malavitose. Un altro fenomeno molto ancorato alla realtà, e da cui ho preso spunto, è la diffusione della cocaina negli strati popolari, una droga che prima era d’élite, invece a un certo punto irrompe nello scenario quotidiano delle periferie. Insomma, sì, è un’umanità frustrata che non sa trovare una via di riscatto.
Intorno a lui si snodano una serie di figure, che sono poi riflessi di Leo, anche se non riesce quasi mai a capire ciò che lo rende affine a questi personaggi, l’unica cosa che riesce a vedere è solo un’ipotesi di tradimento nei suoi confronti.

Detta così sembra un libro cupo.
Non credo che sia un libro cupo, perché c’è una forte vitalità inespressa, hanno una grande potenzialità questi personaggi che direi con una frase del libro: «quante cose desidererebbe Pantera (uno dei personaggi) se solo sapesse immaginarle». Non sono mollemente adagiati in una indifferenza cosmica, anzi sono iperattivi, solo hanno un approccio alla vita che cozza con una realtà che non sembra fornire loro appigli. Non c’è la possibilità di cambiare, no, semplicemente la vita è quella, di tanto in tanto si sogna una Svolta e questa felicità rimane compressa. Soprattutto Leo è ossessionato da questa smania, e l’unico personaggio che lo contrasta è Nina, la sua compagna che alla fine dimostra una forza più imponente. In effetti, Nina crede in una vita che va vissuta piuttosto che immaginata, o messa sotto una lente di ingrandimento. E pur rimanendo sola davanti a eventi che non ha certo determinato lei è in grado di ricostruirsi una vita, di mantenersi in equilibrio di fronte alla situazione.

Perché, secondo te, personaggi di questo genere tentano sempre la scorciatoia?
Questo è un po’ il tema del libro, la Svolta o la scorciatoia che indica un passaggio di status: da un tipo di vita a un altro, e questo ci viene proposto dai modelli sociali più diffusi, modelli vincenti, di una persona che ce l’ha fatta, che ha subìto una traumatica fortuna e si ritrova beato su una zattera, in un mare di problemi.

Niente a che vedere, quindi, con l’ambizione?
Non credo. Il problema è che non si cerca di migliorare la qualità della vita, perché altrimenti sarebbe un modello positivo. No, qui c’è un problema dovuto alla frantumazione di un modello di visualizzazione collettiva dei propri problemi, cioè sentirsi parte di una collettività che ha dei problemi affini. Un operaio 30 anni fa si sentiva parte di una classe sociale che aveva i suoi problemi, e in questo trovava la sua dignità e la sua forza. I modelli lavorativi che si impongono oggi sono spesso frantumati in esperienze in cui uno si segna alle agenzie interinali, o neanche ci si segna, fa sei mesi l’elettricista, poi il commesso precario… insomma, non hai il tempo di costruirti un’identità che ti qualifica. Leo Peggioni non può riconoscersi in quello che fa, poter dire di avere una competenza. Leo trova un’altra possibilità proprio nell’esperienza fugace di cantiere, qui vede un modello umano più tollerabile da vivere, che non cerca scorciatoie.

Ciò che forse accomuna tutti i personaggi è la mancanza di fiducia nella giustizia.
Sicuramente Leo dà per scontato una distanza dalla giustizia, non vi è l’idea della legalità come parametro di vita, si sente in qualche modo protetto dalla sua situazione sociale. Leo tende istintivamente a non fidarsi della giustizia, in più il vero punto è che i nostri desideri ci tradiscono.

In che senso, ci tradiscono?
Nel senso che non è neanche facile stare all’altezza dei propri desideri, e forse delle proprie responsabilità. E quindi piuttosto che assumersi le proprie responsabilità e lottare, ci sono tutta una serie di vie di fuga, vie sostanzialmente vigliacche. Di fatto il tradimento serpeggia un pò tutto il libro, ma anche il tradimento verso se stessi, di quello che si potrebbe essere e non si è, di quello che si potrebbe fare e non si fa. Sia da soli che insieme.

L’immagine ricorrente è quella del cubo di Rubik, quel gioco in cui bisogna combinare le facciate in modo che siano dello stesso colore. Ma è anche il soprannome del capo di Leo.
Sì. Rubik ha questo nome un po’ immaginifico perché simboleggia il punto di snodo di questa storia che è costruita come un alambicco e che ha in partenza dei margini di incompiutezza, nel senso che le varie sfasature temporali lasciano margini di interpretazione al lettore. È un po’ così anche per il libro, volutamente spurio. Il libro così acquista un’andatura rotolante, come se le cose vadano avanti per ricongiungersi con l’inizio della storia, anche per creare due polarità temporali: presente e passato.

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