Sei domande a Luca Masia, autore de Il sarto di Picasso

Luca Masia

lo abbiamo già incontrato tra le pagine di booksblog per presentare "Il sarto di Picasso", ma leggendo della bella storia di Michele Sapone ci è venuta voglia di saperne un po' di più di chi aveva messo insieme i diversi fili di un tessuto morbido e luminoso, nel quale si uniscono il profumo delle terre mediterranee, l'ardore affascinate delle grandi città come Torino e Parigi, e l'attaccamento alle terre d'origine. Abbiamo contattato l'autore che si è prestato di buon grado alle nostre sei domande. Il risultato eccolo qui per voi.

Luca Masia e Michele Sapone. Cronistoria di un incontro lontano dai palcoscenici, ma puntellato di importanti figure storiche.
Ho indirettamente conosciuto la famiglia Sapone qualche anno fa, quando la Triennale di Milano aveva prodotto le mostre di Hartung, Vasarely e successivamente Burri. Il presidente, Davide Rampello, un caro amico con cui collaboro da molti anni, me ne aveva parlato accennandomi alla storia del “sarto di Picasso”. Qualche tempo dopo, proprio su invito di Rampello, sono andato a trovare i Sapone nella loro galleria di Nizza e ho ascoltato per la prima volta la storia di Aika e di suo padre Michele. È bastato dare una scorsa al materiale fotografico del loro archivio, al poderoso epistolario che teneva unito Sapone ai suoi amici artisti, per rendermi conto del valore narrativo e al tempo stesso documentario della storia. Michele Sapone era il personaggio che ci avrebbe permesso di entrare nel mondo intimo di quei grandi maestri del Novecento, coglierne i pensieri segreti e acquisire strumenti per comprenderne meglio il lavoro.

Ma Sapone era lui stesso un artista, un uomo di grande talento. La prima domanda che mi sono posto iniziando a lavorare al progetto è stata: ma cosa aveva di tanto eccezionale quest’uomo per affascinare le menti più creative e brillanti del secolo? E’ subito scattato un meccanismo di identificazione: nessuno di noi è Picasso, Giacometti o Hartung, ma ognuno di noi può essere Michele Sapone. Michele mi ha insegnato molto: innanzitutto a guardare in profondità dentro se stessi, scoprire il proprio talento e dedicarsi con fiducia alle proprie passioni. Il successo verrà dopo, ma se anche non dovesse venire, il fatto stesso di vivere con intensità, collezionando gli attimi della propria esistenza, sarebbe comunque un successo.

Un artigiano della parola per raccontarne uno della confezione. Due persone unite nel valore del lavoro che si integrano nel racconto.
Da tempo mi occupo di cultura materiale. Amo il genere umano, ciò che pensa e ciò che produce con la testa e le mani. Mi interessano i territori che gli esseri umani abitano e i contesti storici in cui si muovono. Tutto questo è sartoria narrativa, artigiania della scrittura; un lavoro minuzioso di ricerche, interviste, documentazione, e infine racconto. Ma solo alla fine, quando ci si è pienamente calati nella vicenda da narrare. A quel punto scrivere è solo un immenso piacere. La scrittura è un’arte povera, ma questo è un vantaggio. Lo dico sempre nei corsi di scrittura creativa: tra noi e i maestri non c’è differenza, a parte il talento. Bastano una matita e un foglio di carta per scrivere; possiamo allenarci ed esercitarci continuamente. E possiamo rifinire il lavoro quasi all’infinito: c’è sempre una notte prima della pubblicazione in cui si può rimettere mano al testo e cambiare intere frasi con un colpo di penna. In questo senso, mentre scrivevo di Sapone che prendeva le misure ai suoi amici artisti, mi sembrava di tagliare su di lui il racconto con le stesse forbici, cucirlo con il medesimo ago e lo stesso filo.

Dopo Alemagna, Buitoni, Sutter, ecco i Sapone. Un'altra epopea familiare nel segno del successo.
È vero, la vita è strana: ci induce a seguire dei percorsi che passo dopo passo sembrano strade obbligate, quasi imposte dal destino. Ma poi ci si ferma a prendere fiato, ci si volta e si riguarda con gli occhi dell’esperienza la strada che si è percorsa. E ciò che vediamo è spesso la strada che avremmo voluto percorrere. Lo comprendiamo solo dopo, ma è così: il destino scrive per noi le storie che noi vogliamo scrivere. In realtà siamo noi che le dettiamo, magari inconsapevolmente; il destino le scrive soltanto. Negli ultimi anni ho raccontato spesso storie di aziende familiari, grandi saghe come ad esempio quella dei Buitoni, con cinque generazioni di imprenditori e quasi due secoli di storia. Ma ancora una volta sono storie di esseri umani, dei loro territori e dei loro contesti storici. Sono spesso vicende di successi, ma anche di fallimenti. C’è molto da imparare dai fallimenti; la narrazione permette di mettere in prospettiva le cose, illuminando gli aspetti positivi di situazioni negative. Un giorno, mentre lavoravo a un libro sulla famiglia De Nora, leader mondiali nel settore elettrochimico, un ricercatore ormai in pensione mi disse che per lo scienziato l’esperimento fallito non è mai un insuccesso, ma al contrario una tappa importante nel cammino verso la soluzione del problema. Come in un gioco a eliminazione. Una metafora interessante.

Un aspetto del mio lavoro che amo molto è la possibilità di scavare nel passato per collocare nel presente le storie che racconto. La nostra generazione ha una fortuna rara, forse unica nella storia dell’umanità: abbiamo i piedi profondamente radicati in un mondo arcaico, antico, e la testa proiettata verso un futuro inimmaginabile eppure incapace di stupirci. Nelle nostre famiglie sono ancora in vita nonni nati all’inizio del secolo che ci raccontano le storie dei loro genitori nell’Ottocento, ma al tempo stesso viviamo immersi in un mondo di ipertecnologia quotidiana. Questa doppia dimensione rischia di essere schizofrenica, ma è anche una grande opportunità per rivivere il passato e scoprire che è già futuro. Con gli stessi valori e gli stessi sentimenti. Solo che noi li stiamo dimenticando.

Vivere l'arte nel riflesso della scrittura. Come evolve l'anima della creazione che riecheggia nella storia di Michele, di Antonio e di Aïka, per giungere ad affascinare il lettore?
È tutta una questione di emozione: bisogna sapersi emozionare per riuscire a emozionare. Nella storia dei Sapone c’è una travolgente componente emozionale; si percepisce in ogni loro scelta la ferma volontà di fare solo ciò che viene dettato dal cuore. Credo che sia un messaggio affascinante per il lettore. Certo, in un libro non bisogna insegnare nulla, non si possono fare “lezioni di emozione”, bisogna scrivere in modo lieve perché le storie arrivino con forza. Però la scrittura ha la forza di coinvolgere la mente del lettore - e di riflesso tutti i suoi sensi - in una dimensione intima di rara intensità. Quando leggiamo sentiamo vibrare le parole del testo nella nostra mente, possiamo ascoltarci mentre silenziosamente leggiamo. In una buona pagina possiamo vedere ciò che è scritto, sentirlo al tatto, percepirne gli odori, il gusto. Solo con la forza della suggestione, calandoci in una dimensione viva e concreta, ma al tempo stesso aperta, mai definitiva. Come in certi sogni. La pittura, la scultura, la musica possono essere raccontate, così come la cucina o l’architettura, persino la chimica. Per raccontare non intendo “spiegare”, ma far vivere. In questo libro mi sono divertito ad animare alcuni quadri, come “La guerra e la pace”, un acquerello sulla corrida o una caricatura del “bandito Sapone”. Nel volume ci sono anche le immagini di quelle opere, ma sono dopo il racconto. Quando il lettore le vede, è come se le vedesse una seconda volta, un po’ diverse da come le aveva immaginate durante la lettura. Magari più brutte.

Scrittore-narratore come una sensibilissima corda di violino. Direttrici costitutive di quell'incanto che rende l'aedo parte integrante e a tratti commossa, della grande storia che ripercorre.
Su questa domanda potei parlare per ore, ma credo di avere - almeno in parte - già risposto. Però devo dire che l’immagine antica dell’aedo mi piace molto. Sono un grande culture del teatro greco, ma anche dell’Opera dei pupi, che nasce in Sicilia dalla tradizione dei Cunti. Goethe diceva che gli esseri umani, per possedere le cose, devono comprenderle. Per questo nei suoi viaggi saliva spesso sulle colline o sui campanili delle chiese; voleva vedere le cose dall’alto per capirle meglio e quindi possederle. Io aggiungo che per capirle e sentirle sue, l’uomo deve dare un nome alle cose. E quando le ha nominate ha già iniziato a raccontarle. Ecco, la magia del racconto è tutta lì: un aedo che dà un nome alle cose e condivide quel nome con altri esseri umani attraverso il racconto. Nonni con i nipoti, genitori con i figli, insegnanti con gli studenti; così almeno dovrebbe essere.

Pittura e scultura nella dimensione della parola. La sfida della descrizione dell'ineffabile.
La parola è come la luce, astratta e impalpabile, eppure concreta. In ogni lingua c’è sempre una parola giusta per esprimere un sentimento, per descrivere con forza una situazione. In questo senso, ritengo che la poesia sia la massima forma di ricerca della perfezione della parola. Ma anche nella pubblicità, un settore dove ho lavorato per molti anni, si può cogliere lo stesso sforzo di usare la parola per la sua capacità di suscitare emozioni. Non c’è dubbio che un quadro sia da vedere e una scultura sarebbe anche da toccare, ma è altrettanto vero che pittura e scultura siano evocabili attraverso la scrittura. Spesso con forza anche maggiore. Non descrivendo l’opera, ma raccontandola, ponendo l’accento su dettagli significativi, suggerendo connessioni, stimolando riflessioni. Queste cose l’aedo le sa fare…

Via | lucamasia.com


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