"Hitler": intervista a Giuseppe Genna

È uscito finalmente l'ultimo, monumentale (non)romanzo di Giuseppe Genna, Hitler, edito da Mondadori, 624 pagine; la prima organica trattazione narrativa dell'esistenza di Adolf Hitler, realizzata da un autore italiano.

BooksBlog ha intervistato il Miserabile, come ama definirsi Genna.

Perché ha scelto Hitler e non Mussolini?
Mussolini non è un problema metafisico planetario, mentre Hitler lo è. Hitler è penetrato in maniera distorta nell’immaginario collettivo, è – ahinoi... – uno dei fondamenti dell’immaginario contemporaneo (basta cercare su Google: “Hitler” è la terza parola più ricercata dopo “sex” e “poesia/poetry”). Mussolini non ha la statura metafisica di Hitler e non irradia il Male ai suoi vertici. Non stermina fordisticamente sei milioni di ebrei, non cerca di annientare un popolo con scientezza.

Eppure sulla figura di Mussolini il revisionismo è molto più incalzante, e ci coinvolge più da vicino.
Del revisionismo su Mussolini, tutto italiano e per questo stesso motivo provinciale, non mi interessa. Hitler invece è un problema metafisico. Per come è stato valutato dalla storiografia, per come è stato tenuto a debita distanza dall’arte, per la sociologia che ha lavorato su di lui. Il magistero di Claude Lanzmann, sofferto e geniale autore di quel capolavoro dell’umano che è Shoah, è stato disatteso anzitutto dalla letteratura: non tentare di spiegare Hitler è una condizione penosa e tuttavia necessaria, nella quale bisogna stare se si vuole osservare il vuoto di essere, di empatia, di pietas che emana da questo carnefice particolare.

In cosa consiste la particolarità di Hitler?
Carnefici hanno fatto la storia dell’umanità, ma Hitler pone sul campo qualcosa di specifico: egli fa il Male sapendo di farlo. Per lui gli ebrei non sono umani, lo dice e lo scrive apertamente (le metafore sono tutte entomologiche, quando accenna agli ebrei), eppure obbliga le vittime a una disumanizzazione che è la premessa necessaria dello sterminio. È in quel processo di disumanizzazione che Hitler convoca tutto l’Occidente, tutta la strumentazione culturale umanistica, che non attendeva altro che il momento in cui rovesciarsi in antiumanismo. Hitler è questo momento, è il vuoto atteso che si spalanca tra uomo e uomo. Hitler ha questa funzione eppure è Hitler: è il responsabile primo e ultimo dello sterminio di sei milioni di ebrei, del tentativo di sradicare, per dirla con parole di Himmler, dalla “sostanza biologica” l’intero popolo ebraico.

Ma su quali basi lei afferma che Hitler faceva il Male sapendo di farlo?
I saggi induisti risponderebbero: prima indaghiamo realmente, poi vediamo se la domanda ha ancora motivo di sorgere. L’indagine che compio è un invito non tanto ad assumere sapere intorno a Hitler, bensì a sentire profondamente cosa irradia. Dal punto di vista storico ci sono tutte le basi per affermare che Hitler compie il Male sapendo di compierlo. Non è sufficiente osservare che lo sterminio degli ebrei sarebbe per lui un bene in vista del Reich millenario al cui sogno si dedica. È proprio questa prospettiva che mantiene Hitler nel mitologizzabile, nel leggendario, nell’umano e nel tragico – mentre egli non ha nulla di tragico né di umano, poiché non esprime mai ambiguità e possibilità di errore, che è una delle cifre dell’umano (detto che non esprime mai amore e, ovviamente, empatia).

Ma descrivere un Hitler così non-umano e votato al male non ne alimenta la specialità e il mito?
In realtà ciò non fa di lui un mito proprio perché stiamo parlando del nulla, del non-essere. Il portatore del non-essere non è il portatore di un male morale, per quanto sconvolgente. In Hitler si appalesa un sovrappiù che esorbita la morale e l’Occidente non dispone più dell’organo per percepire questo sovrappiù. La distruzione della persona, da lui teorizzata, è qualcosa di più del mero dato storico. Non è un omicida e non è il diavolo in terra: è niente, è non-essere. Si avventa sul popolo del Libro che, in Occidente, è il bastione dell’essere. Dio non è un mito: è l’essere. Hitler non è un mito: è il rappresentante del non-essere. Ora, guardando al vuoto di cui è fatto, non è più possibile erigere il “solido fondamento” su cui è stata costruita una mitologia. Hitler va lasciato – il nostro compito è sentire chi ci permette ancora di essere umani, cioè i santi che sono stati separati e trucidati nei campi di sterminio. Credo sia questo ciò a cui allude Primo Levi quando dice che il racconto di ciò che è accaduto ad Auschwitz non dovrebbe nemmeno essere effettuato dai sopravvissuti, ma soltanto da coloro che sono morti. I morti non scrivono e non parlano: però possono essere sentiti. È fondamentale sganciare l’unicità della Shoah da Hitler, mantenendo certo la memoria, che però in questo caso estremale non è la facoltà ultima. Se si entra, oggi, in un campo di concentramento, dapprima si ricorda, poi si sta – si rimane sentendo. È questa facoltà che invoco e lo faccio scrivendo non un saggio, ma un romanzo, che tenta di riattivare proprio questa percezione atrofizzata.

È possibile generare anticorpi contro quella non-umanità incarnata da Hitler?
Soltanto la pratica interiore del Libro può opporre al Male l’essere e può quindi frenare il Male. Il Male non è una necessità metafisica, da questo punto di vista: è il non-essere. Bisogna ascoltare e realizzare interiormente le verità del Libro. L’umanità santificata è l’anticorpo al ripresentarsi di Hitler e alle sue postume vittorie. Ciò significa che l’umanità occidentale deve ritrovare la propria centralità spirituale, che è la lezione di tutte le metafisiche (non delle religioni: delle metafisiche). È certo che un santo non farà mai il Male. Questo orizzonte totale, sempre di là da venire, va praticato. L’Occidente, tuttavia, non legge più il Libro per come deve essere letto e meditato.

Non le sembra di parlare un po’ da predicatore?
Attenzione: non sto richiamando ad alcuna confessione o pratica religiosa, bensì a un’analisi introspettiva e a una via interiore che conduca a comprendere quanti e quali velami si sovrappongono alla natura di bene del nostro essere.

È più "utile" distruggere un mito o "crearne" uno opposto?
Anzitutto non è questione di utilità, almeno nella mia prospettiva: è questione di imperativo categorico, almeno per un intellettuale. Il discorso non può essere generalizzato, se si ha di fronte il “mito Hitler”, per usare la definizione di Kershaw. Qui si tratta di estrarre una carie che continua a molare l’immaginario e la storia degli umani. Hitler è al momento due cose: o è un mito per i devianti e per i neonazisti, oppure è un antimito, cioè è il mito del Male incarnato. Bisogna disgregare questa vittoria postuma che Hitler sembra essersi garantito.

In che modo?
È necessario guardare fisso cosa è la sua maschera di idiota che emette morte e conquista il consenso. Se lo si guarda in questo modo (e la storiografia non può farlo, mentre la teologia sì: è la teologia della Shoah a cui mi rifaccio), si osserverà come prende corpo la nozione di non-persona elaborata da Fest, che conferma quanto denuncia Lanzmann: non c’è un momento in cui Hitler diventa Hitler.

In che senso?
Nel senso che questa nullità umana è tale da sempre, è da sempre congelata nella sua bolla vuota, che la isola dal sentire gli altri. Ogni sua ossessione può avere una spiegazione storica, psicologica, sociale: ma non è sufficiente a spiegare Hitler. Soltanto non spiegando Hitler si sente, quasi corporalmente, l’abnormità della corrosione dell’umano di cui è stato responsabile agente patogeno.

Cosa pensa del film La caduta?
Ho mutuato da La caduta alcuni protocolli di rappresentazione stilistica. Molti spettatori del film non sanno che il regista parte da pellicole che testimoniano gli ultimi momenti di vita di Hitler. Per esempio: la scena della decorazione ai ragazzini che difendono Berlino è il rifacimento preciso di un filmino originale. È di una filologia spiazzante, eppure non è un documentario, ma neppure è fiction, nulla è inventato. A questa straordinaria intuizione, che si deve soprattutto a Fest, il regista Hirschbiegel sovrappone moduli che sono per me esiziali, e lo furono anche per Fest, il quale ritirò la firma dalla sceneggiatura.

Ovvero?
Essenzialmente, l’insistenza sulla mano di Hitler tremante per parkinsonismo (che crea empatia, enfatizza la caducità della sua supposta umanità) e l’impostazione da tragedia in cui l’eroe cade. È precisamente il frutto acritico della mitologizzazione inconsapevole che il mio romanzo cerca di combattere.

  • shares
  • Mail
5 commenti Aggiorna
Ordina: