Un consiglio di lettura che spero si dimostri piacevole per voi come per me in questi giorni di festività: un bell’articolo di Dario Fo sul sito web de “La Stampa” in cui il “poeta giullare” ricostruisce una breve motivazione delle parolacce italiane.
Ogni regione del nostro Paese può esibire una quantità strepitosa di epiteti scurrili in una specie di tenzone interregionale dove è davvero impossibile stabilire quale sia vincitore.
In verità l’utilizzo e il peso di queste cosiddette volgarità cambiano enormemente di valore e di significato appena varchiamo il confine di ogni singola provincia.Vi sembrerà assurdo, anzi paradossale, ma tutto dipende dalle origini culturali e storiche della comunità in questione, dai differenti costumi, dalle opposte tradizioni civili, morali, religiose che hanno determinato nei secoli in queste popolazioni, culture e senso civico assolutamente diversi.
In particolare, si evidenzia come in alcune regioni gli epiteti riferiti al sesso maschile o femminile siano legati ad altri concetti negativi o positivi a seconda della cultura locale (a Roma, secondo Fo “misogina” perchè quartier generale della Chiesa) il sesso femminile viene definito con termini triviali, mentre al nord è esattamente il contrario, tanto che esso viene indicato con termini che fanno riferimento a frutti e fiori (ma anche…farfalle).
Questo, a causa di una tradizione millenaria, arguisce Fo, e cioè che “le primordiali divinità celtiche nella Valle padana, prima ancora che ci arrivassero i romani, erano quasi esclusivamente di sesso femminile”. Al di là della fondatezza delle ipotesi, è un divertimento leggerlo.
SUPERMANN
01 gen 2008 - 12:16 - #1fantastico articolo !
ha proprio ragione: il nostro sistema scolastico dovrebbe recuperare almeno una parte di quella immensa riserva culturale che sono i dialetti