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"Lontano da ogni cosa": intervista con Mattia Signorini

Pubblicato: 13 dic 2007 da dario

Nuovo fenomeno letterario in avvicinamento: “Lontano da ogni cosa” di Mattia Signorini (Salani, 271 pagg). Gli italiani, specie giovani, lo comprano e lo leggono. Poi se lo prestano. Insomma, il passaparola dilaga. E BooksBlog ha intervistato mr. Signorini.

Parliamo di questo passaparola. Ci sono esperti di viral marketing che studiano per produrlo ad arte.
Credo, nella mia piccola esperienza, che sia piuttosto difficile riprodurre il passaparola. Come è possibile, mi chiedo, spingere le persone a parlare o non parlare di qualcosa?

Qualche maniera ci sarebbe…
Ma se c’è ancora qualche libertà, forse una di quelle è proprio poter dire agli amici, a chi conosciamo, se una cosa ci piace o non ci piace.

Comunque sia, il libro vende. È stato difficile farlo pubblicare da una grossa casa editrice?
Il mio incontro con Salani è stato molto naturale. Avevo scritto una mail a quella che è la mia attuale agente, Vicki Satlow, e che pensavo non mi avrebbe mai risposto. Le chiedevo consiglio su come avrei dovuto muovermi con questo secondo libro. Lei mi ha risposto chiedendomi venti pagine. Due giorni dopo mi ha telefonato perché voleva leggere il libro per intero. E dopo una settimana ho firmato con lei.

Dopo di che?
Lei ha portato il libro a vari editori e dopo aver sentito un po’ di campane ho scelto Salani, dove ci sono persone e non robot, gente con un cuore, che crede in te come autore e non come produttore meccanico di libri.

Vuoi dire che l’editoria italiana non è tutta una mafia clientelare fatta di “conventicole”?
La mia esperienza è quella di uno venuto da un piccolo paesino, che non conosceva nessuno. Con il primo libro, uscito con un piccolo editore, non ho preso una lira. Per mantenermi ho fatto diversi lavori, come tutti.

Che lavori?
Ho scritto per diversi giornali tra quotidiani e mensili da quando avevo 19 anni. Ho lavorato in un cinema durante gli ultimi due anni di università, poi in uno studio di comunicazione una volta laureato, e poi nell’ufficio marketing di una grossa azienda.

E dove hai trovato il tempo di scrivere “Lontano da ogni cosa”?
Di notte, dovendomi alzare alle sei del mattino per andare al lavoro. Non credevo davvero me l’avrebbe pubblicato qualcuno, avevo solo bisogno di scrivere una storia. Poi è arrivata Vicki, e con lei Salani, e mi hanno permesso di dedicarmi completamente alla scrittura. Ho chiesto a tutti loro come funziona, e ho scoperto che non è così buia come sembra.

In che senso?
Sia Vicki che Salani, ad esempio, leggono tutto quello che arriva, e così fanno molti altri grossi editori. Il fatto è che arrivano davvero centinaia di manoscritti all’anno, e solo un numero minuscolo di questi viene pubblicato. Da qui, credo, l’opinione di molti che sia praticamente impossibile pubblicare. Ma credo che se uno ha un qualche tipo di talento, alla fine ce la fa. L’importante è non lasciarsi andare, insistere.

Ti sei ispirato a personaggi della tua vita per animare quelli del romanzo?
Diciamo che i miei Alberto, Stefano e Chiara esistevano da molto prima che io raccontassi la loro storia. Ho solo dato loro un po’ di voce e un po’ di gesti.

La tua scrittura è unanimemente giudicata scorrevole. Svelaci come fai.
Non so se ci sia un segreto. Quando scrivo ascolto le parole, cerco di fare in modo che una vicino all’altra formino una specie di musica. La tastiera, in un certo senso, diventa come un pianoforte.

Cosa usi per scrivere?
Solo, unicamente, e orgogliosamente Mac.

Quindi la tastiera-pianoforte è quella bianca, odiosa, coi tasti alti e duri…
Sì, ma non la trovo tanto odiosa. Premo i tasti talmente forte che quelle normali dopo un anno sono da cambiare. La tastiera del Mac, invece, resiste.

Che software?
Word. Nonostante le alternative, rimane sempre il più affidabile.

In conclusione: la letteratura giovanile italiana - per giovani e di giovani - oggi è dominata dal tema dei “sentimenti”. Eppure i ragazzi vengono accusati di disumanità. Come ti spieghi il contrasto?
Credo che ingabbiare la letteratura in schemi predefiniti non le faccia un bel gioco. Quando scriviamo, io o altri scrittori della mia età con cui ho occasione di confrontarmi, non abbiamo un pubblico di riferimento in mente. Voglio dire, nessuno di noi pensa a chi dovrebbe rivolgere un libro. Cerchiamo di avere una bella storia, di dire delle cose a chi avrà voglia di sentirle. A prescindere dall’età.
In ogni caso, uno dei vizi dei media è quello di spettacolarizzare l’informazione. I sentimenti non fanno molta notizia. Un ragazzino di dieci anni che ammazza la nonna fa di sicuro vendere più giornali e spazi pubblicitari ai talk show.

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