Denti bianchi, di Zadie Smith

Denti bianchi di Zadie Smith non sembra affatto un libro d’esordio. Veniamo subito ai contenuti. I protagonisti di questo romanzo sono tre famiglie: una mista (lui inglese, lei giamaicana), una bengalese e, infine, una molto inglese. È chiaro che la prima coppia è la meno probabile, ma forse anche la più equilibrata. I bengalesi sono i più burrascosi, mentre gli inglesi sono semplicemente troppo inglesi.

A questo punto è facile indovinare il tema attorno a cui ruota il libro: l’integrazione. Archie e Samad, si conoscono durante la Seconda Guerra Mondiale in un situazione tragicomica, e nonostante uno sia inglese l’altro bengalese combattono la stessa guerra con la stessa divisa. Rimarranno amici per sempre. E da loro si propagano le nuove generazioni che, invece, incontreranno problemi di natura diversa, ma ciononostante l’integrazione non avviene mai in maniera totalizzante.

E non avviene per tante ragioni, una delle quali sta nel dilemma di abbracciare la cultura occidentale oppure se criticarla, anche in maniera violenta, e rivolgersi a una cultura che si rischia di perdere giorno dopo giorno, la propria cultura, quella del paese di origine. Tant’è che Samad decide di mandare uno dei due figli a studiare in oriente, perché si rende conto della decadenza cui va incontro la sua famiglia e, più in generale, la sua gente. Ma quando il figlio torna, la sorpresa è amara.

A complicare la situazione, per un caso fortuito, ci si mette la terza famiglia: i Chalfen, appartenente alla media borghesia, colti e profondamente inglesi benché abbiano origini russe. È una famiglia di studiosi e un tantino snob, che proietta nelle giovani generazioni di immigrati le proprie illusioni. A questo punto le cose si complicano davvero, e non solo per le nuove generazioni, al punto da creare uno scontro di dimensioni titaniche.

La trama, come si vede, è articolata e ben gestita, e abbraccia tutto il secolo. Oltretutto i personaggi sono curati nei minimi particolari, anche i secondari. Un libro che contiene tutto il senso dell’umoriso e la leggerezza del romanzo inglese, da Fielding a Dickens a Forster. Un libro che, quando lo finisci e lo chiudi, ti spinge a chiederti: ma perché diavolo non l’ho letto prima?

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