Nell’ultimo numero di Stilos (che, come scrivevo, sembra essere l’ultimo davvero) c’è un interessante intervento di Giulio Mozzi che parla della differenza tra sagre e festival (di letteratura, nella fattispecie) in termini di autenticità e senso di comunità. La sagra, scrive Mozzi, rafforza e fa funzionare “la comunità come oggetto trascendente”. Nessuno lo pensa mentre partecipa e, proprio per questo, la cosa funziona.
Poi parla di festival:
Le persone che amano i festival mi dicono spesso: che sono belli, interessantissimi, appassionanti, istruttivi, eccetera; e che sono emozionanti, che ti fanno proprio capire che cos’è la Letteratura, che ti danno qualcosa, qualcosa ti resta, eccetera. Questa esplicitazione (che sento fare dalle persone, ma che è generalmente palesata nella comunicazione fatta da chi organizza i festival) di ciò che secondo me può esistere solo perché implicito è, credo, la prova provata della falsità dei festival. (…) Falsità rispetto al proporsi come esperienza.
Sul rapporto tra festival e letteratura o, se preferite, Letteratura, tanto si è già discusso e tanto ancora si discuterà, suppongo. Ma l’intervento di Mozzi secondo me centra un punto importante e non banale, sollevando critiche su cui vale la pena riflettere. Cos’è per noi un festival di letteratura? Che tipo di esperienza ci fa vivere? Fa davvero capire che cos’è la Letteratura o è piuttosto qualcosa di simile a una vetrina? E poi si potrebbe aggiungere un’ultima domanda: se nel nostro Paese si continua a leggere pochissimo, perché i festival hanno così tanto successo?
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