Ne sentiamo parlare spesso, alla tv e sui giornali, ma solo riguardo a due situazioni: la prima sono gli sbarchi sulle nostre coste, la seconda è (e spesso senza ragione) la criminalità. Nel primo caso di solito si prova un po’ di pena che finisce quando inizia il servizio successivo al telegiornale e nel secondo ci sentiamo minati nella nostra sicurezza. Che delle storie dei migranti, in fondo, interessa ben poco.
Fortunatamente c’è chi invece ascolta e racconta. E non è letteratura, no: è tutto vero. Due libri in particolare sono come un pugno dritto al volto, in cui il racconto si fa denuncia di condizioni di vita in cui la dignità umana è calpestata, abusata, dimenticata. Il primo, uscito circa un anno fa, è Lager italiani, di Marco Rovelli (Bur) - che ha proseguito il lavoro sul blog dedicato -, che descrive attraverso testimonianze dirette di migranti il calvario che hanno dovuto passare, la violenza, i soprusi, la clandestinità: il non essere considerati come esseri umani. Uscito di recente il secondo, Evasioni e rivolte, di Emilio Quadrelli (Agenzia X), in cui un rom, un sudamericano, un africano e un arabo raccontano la loro esperienza di vita e la fuga dai Centri di permanenza temporanea, centri la cui definizione è già nomen omen, paradosso linguistico, sospensione di senso.
Perché è solo attraverso la testimonianza diretta di chi ne è protagonista che si può squarciare il velo di silenzio che nasconde la vita di così tante persone, per far vedere come anche qui, oggi, nelle nostre città siano possibili situazioni che vorremmo attribuire solo a stati non democratici. E per convincerci che Moni Ovadia, che porta la memoria di altri lager, abbia ragione quando dice che “il clandestino è l’ebreo di oggi”.
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