La mente che si interrogò sulla “banalità del male”, riflette non meno seriamente su un argomento altrettanto difficile: l’amore. Nei suoi diari, ventinove taccuini scritti a mano, la politologa tedesca Hannah Arendt (1906-1975) si meraviglia della forza distruttiva delle passioni umane, definendo appunto l’amore “una potenza e non un sentimento” che “s’impadronisce del cuore ma non nasce dal cuore”, perché è una “potenza dell’universo, nella misura in cui l’universo è vivo”.
Ma ci sono anche tante riflessioni personali nei suoi diari, 700 pagine in libreria dal 21 settembre per l’editore Neri Pozza, e di cui Repubblica domenica ha pubblicato ampi stralci in anteprima.
“Ogni solitudine portata con coerenza sino alla fine – scrive ad esempio - sfocia in disperazione e abbandono, semplicemente perché non è possibile gettarsi al collo di se stessi”.
Tanti ovviamente i riferimenti espliciti al filosofo Martin Heidegger, di cui fu allieva e in seguito amante, e soprattutto tante poesie dedicate a questo legame tormentato e a volte dolcissimo (“la dolcezza è/ all’interno delle nostre mani/ quando la superficie si/accomoda alla forma estranea. La dolcezza è/ nella volta celeste notturna/quando la lontananza si concede alla terra”). Tutto per arrivare alla durissima conclusione: “Il cuore è un organo curioso: soltanto quando è spezzato, batte al proprio ritmo: se non si spezza, si pietrifica”.
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