Molto interessante l’intervento di Girolamo De Michele apparso su Queer-Liberazione ieri e ripubblicato da Carmilla: non è una recensione del libro “Il giovane sbirro” di Gianni Biondillo, uscito per Guanda, ma è una riflessione che parte dal testo e dalle sue caratteristiche, dalle sue qualità, per portare lo sguardo sulle potenzialità che ha certa narrativa di raccontarci molto sull’oggi e sulle città in cui viviamo.
Scrive De Michele, a un certo punto:
Perché Milano è l’Italia, e parlando di Milano Biondillo si interroga, eticamente (non ha detto qualcuno che l’architettura non è estetica, ma etica?) sulla deriva di un paese che ha perso non solo la capacità di dare senso la distinzione tra bene e male, ma anche la cognizione dell’esistenza di quella differenza. E quale luogo può esemplificare meglio questa condizione se non il CPT di via Corelli, quale condizione umana esprime meglio questa perdita della capacità di dare un senso se non la condizione migrante?
E il passato del protagonista, il poliziotto Michele Ferraro, si intreccia con le storie dei migranti Kledy e Said, in una tensione al porre domande a cui Biondillo non dà risposta ma indica “il luogo da cui può emergere la risposta: Quarto Oggiaro, col suo meticciato etnico, linguistico, col suo popolo da sempre variopinto, con la sua compresenza di povertà che sembrano uscite da Gomorra di Saviano e la ricchezza di un’immigrazione da tutti i sud d’Italia e del mondo”. Luogo della possibilità per Milano e per l’Italia, ci suggerisce De Michele, di ritrovare un’anima perduta.
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