L'ultima verità di Montanelli

Non è vero che fu condannato a morte a san Vittore dalle SS per attività antifascista, né tantomeno che, dopo l’8 settembre, fu “organizzatore della stampa clandestina partigiana” per conto del Comitato di Liberazione Nazionale. Cade anche il suo racconto della strage di Loreto, il reportage sull’accanimento della folla sui corpi del Duce e di Claretta Petacci.

Sono tante le “verità” di Indro Montanelli (22 aprile 1909 – 22 luglio 2001) smentite documenti alla mano da una ricercatrice svizzera, che in un libro rivela come il giornalista si sia attribuito una serie di scelte e di azioni di lotta antifascista rivelatesi del tutto false. Il volume, che sarà pubblicato a fine mese da Feltrinelli, si intitola “Passaggio in Svizzera. L’anno nascosto di Indro Montanelli”, lo ha scritto Renata Broggini, ed è stato dato in lettura in anteprima al settimanale “L’Espresso”, che oggi ne riporta i contenuti principali.

Informazioni potenzialmente esplosive, visto il grandissimo seguito che fino all’ultimo ha riscosso l’autore delle “Stanze” del Corriere della Sera, e soprattutto visto che Montanelli è sempre stato uno dei più accreditati testimoni dei fatti del ventennio fascista, oltre che narratore-protagonista della occupazione tedesca seguente alla deposizione di Mussolini. La sfida non sembra però aver spaventato Broggini, che nel suo testo effettua una ricostruzione capillare e documentata degli spostamenti di Montanelli successivamente alla caduta del fascismo. Non è vero, ad esempio, che il reporter venne condannato a morte nel carcere di san Vittore (“non vi è traccia” della condanna, scrive lei) dove fu detenuto per un breve periodo, né che dopo l’8 settembre sia stato “organizzatore di bande partigiane”, come disse lui alla frontiera per guadagnarsi lo status di rifugiato politico.

In realtà, nel ’43, scrive Broggini, Montanelli aveva soggiornato a Pella, sul lago d’Orta, nella villa dell’industriale Mario Motta. E questo nonostante il giornalista abbia sempre raccontato che in quel periodo era stato chiamato da Filippo Beltrami a gestire una formazione partigiano. “Il massimo della sua resistenza partigiana Montanelli l’ha fatta in villa Motta”, racconta all’autrice Giuliana Gadola, moglie di Beltrami.

Ma la “bugia” più clamorosa sembra essere proprio quella di aver assistito all’esposizione a piazzale Loreto. In verità Montanelli, come testimoniano gli archivi svizzeri, passò il confine il 22 maggio 1945. Quasi tre settimane dopo la fucilazione di Mussolini e della sua amante, avvenuta il 27 aprile.

La studiosa ricostruisce inoltre anche la dolorosissima verità dietro la morte della moglie del reporter. Un episodio mai raccontato da lui, forse perché troppo duro da ricordare. Un giorno Montanelli volle spedire alla sua consorte, Margarethe de Colins de Tarsienne, un bigliettino privato, facendoglielo recapitare dall’autista di Motta stesso. Le SS intercettarono le comunicazioni, e lui, "Maggie" e Motta furono arrestati. A seguito di quell’episodio, Montanelli fu portato a san Vittore, da cui fuggi alla volta della Svizzera, Margarethe fu messa agli arresti domiciliari a Milano e in seguito internata in un campo di sterminio e Motta fu ucciso dai tedeschi, successivamente, in una rappresaglia.

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