Intervista a Luca Tarenzi

La seconda intervista sul fantasy è dedicata a Luca Terenzi ed al suo Pentar, edito dall'Alacran.

Luca Tarenzi può essere definito una delle voci più originali della letteratura fantasy italiana. E' di Arona, con un background particolare: una laurea in Storia delle Religioni. Autore di vari racconti, prima di Pentar ha ideato una saga epica dal titolo Terra tra i Due Mari.

Il fantasy per ragazzi sta avendo una grande diffusione dopo il boum del maghetto della Rowling, Harry Potter. Ma quello che sembra essere solo per ragazzi, si svela, poi, appassionare anche gli adulti, tanto da portare alla nascita di un vero e proprio filone di fantasy per adulti. Dov'è nascosta la fortuna di questo genere di letteratura?

Per la verità il fantasy per adulti è sempre esistito, nel mondo della letteratura anglosassone come in quella di altri Paesi (Italia inclusa), e sarebbe un grave errore pensare che sia derivato recentemente dalla letteratura fantastica per ragazzi. I due ambiti peraltro sono imparentati ma ben distinti: c'è il fantasy propriamente detto, erede di Robert E. Howard e del Tolkien della maturità, e c'è la letteratura fantastica per ragazzi, erede di C. S. Lewis e in parte anche del Tolkien degli esordi. Il primo ha sempre trattato e tratta tuttora tematiche che sono eterne e appartengono all'essere umano in qualunque fase della sua storia: l'amore, l'amicizia, la lealtà, la lotta contro le tenebre, il senso dell'onore, il sacrificio. La seconda può trattare le stesse tematiche, ma lo fa da una prospettiva adatta a un pubblico di lettori più giovani, le cui personalità e sensibilità sono in grado di assorbire solo in parte determinati argomenti; peraltro è giustissimo che anche la letteratura per ragazzi tratti temi adulti, ma è altrettanto giusto che lo faccia in una forma adatta all'età dei suoi lettori. I due generi - fantasy per adulti e letteratura fantastica per ragazzi - hanno pari dignità, semplicemente si rivolgono a differenti target, e la ragione del successo di entrambi è quella che ho nominato sopra: il trattare tematiche eterne, archetipiche, che colpiscono l'animo in profondità. Lo si può fare anche con la letteratura non fantastica, ovviamente, ma il fantasy ha dalla sua la straordinaria possibilità di comunicare per simboli e immagini potentissime, che coinvolgono contemporaneamente mente, cuore e immaginazione. Se c'è qualcosa che rende grandioso questo genere, è senza dubbio qui che affonda la sua radice.

Molti scrittori si stanno cimentando nella stesura di questo genere di romanzi. L'enorme diffusione di un genere, ne decreta la fine perché scade nella banalità? Non c'è il rischio di avere tanti cloni di una stessa storia, con personaggi (quasi) diversi?

Naturalmente, tuttavia bisogna fare delle distinzioni. Innanzi tutto "un genere" non è "una storia": mille storie diverse possono condividere lo stesso genere, e sono assolutamente convinto che il fantasy moderno, coi suoi cent'anni scarsi di vita, sia ben lontano dall'aver esaurito le miriadi di possibilità che l'immaginazione scrittoria offre. Parimenti, come diceva Borges, "Le storie del mondo sono solo quattro": in tutti i racconti, e in quelli fantasy in particolare, esiste una importante dose di archetipicità, uno "schema immutabile" che lo scrittore DEVE saper inserire e utilizzare al meglio, se vuole scrivere qualcosa di realmente potente. A questo va aggiunta la novità, che non deve mai e poi mai essere "originalità fine a se stessa", ma prospettiva innovativa su materie magari tuttaltro che nuove. E comunque, quando si
parla di enorme diffusione editoriale, non bisogna confondere il valore di un libro con il suo successo: il primo è decretato, almeno nel caso del fantasy, dalla già citata capacità dell'autore di camminare sul filo che separa originalità e tematiche eterne; il secondo dipende al 90% dalla campagna di marketing della casa editrice.

Quale il futuro dei fantasy italiani ora che Harry Potter è giunto alla sua fine? Quale altra declinazione del fantasy può essere proposta al grande pubblico?
Ripeto quanto ho già detto: il fantasy - italiano e non - ha poco a che spartire con Harry Potter, e il suo futuro non dipende in nessun modo dai destini di quest'ultimo. Il fantasy esisteva prima della Rowling e continuerà tranquillamente a esistere dopo. Se vogliamo limitarci all'Italia, per il panorama editoriale fantasy del nostro Paese ha oggettivamente molta più importanza la diffusione dei romanzi di Licia Troisi (che peraltro non ho letto e sui quali dunque non sono in grado di formulare giudizi), perché si tratta del primo caso di fantasy italiano propriamente detto che abbia raggiunto un target paragonabile a quello dei principali autori stranieri: questo è un caso che, almeno in ambito editoriale, costituisce un precedente. Quale declinazione del fantasy proporre dunque al pubblico del dopo-Rowling? Qualunque altra, come si è sempre fatto: il "genere Harry Potter" e il fantasy propriamente detto sono senz'altro parenti, ma non certo fratelli.

Parliamo dei tuoi libri. Da cosa nascono le tue storie? E perchè?
Dalla gran quantità di libri - fantasy e non - che ho letto nei miei trent'anni di vita, e dal desiderio antico di scrivere anch'io quelle storie epiche e archetipiche che ho già nominato più volte, di poter maneggiare con le mie mani quelle materie così potenti, che riescono a liberare l'immaginazione nella sua forma più alta e nello stesso tempo a colpire il cuore così in profondità. A questo si aggiunge la mia passione per le religioni e la loro storia, che mi ha portato a laurearmi appunto in quest'ambito e che costituisce il filo conduttore di tutte le mie opere: qualunque sia l'argomento di cui scrivo, inevitabilmente parlo dell'incontro e dello scontro tra uomo e divinità, del rapporto che si instaura tra il comune mortale e le forze più grandi di lui, di come "più potente" non significhi necessariamente "più buono" o "più saggio" (come ben sappiamo tutti), e di come in definitiva ogni uomo abbia, se lo vuole con tutto se stesso, la forza
di vincere i suoi demoni, di contrastare i suoi dèi e di piegare il destino che altri vorrebbero imporgli.

Quanto tempo serve per far nascere un romanzo fantasy? E quali le difficoltà maggiori?
Come qualunque genere di romanzo, anche il romanzo fantasy può avere una gestazione straordinariamente breve o straordinariamente lunga; dipende dalle circostanze, dalle fasi della vita che sta attraversando lo scrittore e da moltissimi altri fattori. Il mio primo romanzo è uscito "di getto" in meno di dodici settimane, il secondo ha richiesto mesi e mesi di elaborazione. C'è poi da considerare il tempo di "preparazione invisibile", gli anni che chi decide di applicarsi alla stesura di un libro ha passato a leggere libri altrui, assimilandone - spesso inconsapevolmente - le conoscenze, gli stili, i registri, le tematiche. Qualcuno, non ricordo chi, ha detto che un libro, in particolare il
primo di uno scrittore, è una "spremuta" di tutta la sua vita, e io non posso che essere d'accordo. Quindi quanto tempo serve per far nascere un romanzo? Tanti anni quanti lo scrittore ne ha vissuti fino a quel momento.
Quanto alla difficoltà maggiore, è sempre, eternamente la stessa: farsi pubblicare.

Un tuffo nelle tue storie.
Da una pagina di "Pentar" (cap. 10):

"Su, speravo che volessi intervistarmi, come si fa con le celebrità."
Il tono era ovviamente scherzoso, ma Olmedo si accorse che qualcosa era cambiato: la Dea ora lo guardava con un sorriso indecifrabile, meno rassicurante di quello di prima.
"Continui a pensare che ti sembro quasi una bimba. Quanti anni avrò? Quindici? Sedici? E se ti dicessi che sono molto più antica di questa città, più della lingua che parli, più di tutta la cultura in cui sei nato, più della prima parola messa per iscritto dall'uomo? Quando sono sola nel nulla, e mi sforzo di pensare al passato più lontano, talvolta mi tornano alla mente vaghi ricordi di com'era il mondo quando non esistevano città, quando l'uomo viveva in ripari naturali, mangiava carne cruda e non aveva ancora pensato di farsi dei vestiti. Eppure già allora era evidente che noi e voi eravamo fratelli, che ci somigliavamo più di qualunque altra cosa del Creato."
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