Simone Sarasso, Confine di Stato: intervista

pubblicato: mercoledì 04 luglio 2007 da rossano astremo in: scrittori libri un libro al giorno narrativa italiana

di Flavia Piccinni

“Attenzione. Siamo di fronte ad un libro importante e a un esordio strepitoso. Non perdetevi questo romanzo”. Sono le parole di Valerio Evangelisti, che non si è mai sbilanciato tanto per un autore, a incorniciare lo splendido romanzo di Simone Sarasso, classe 1978, maestro di sostegno in un asilo.
Potrebbe apparire scontato - e condizionato - avvallare la quarta di copertina d’Evangelisti ma non si può fare altro. Il libro di Sarasso è un esordio sconvolgente, che fa provare inadeguatezza e lascia totalmente sbigottiti. È un romanzo urgente, rivoluzionario, pignolo. Un romanzo che è specchio ricercato di un’Italia, quella dal 1954 al 1972, e di quegli eventi mai chiariti che sono Piazza Fontana, il delitto Mattei e la fine di Feltrinelli. Sarasso racconta gli eventi tramite un dossier che mette in mano al lettore e che il lettore mangia, mastica, sputa. E gli eventi sono lame nelle gengive che si conficcano. Sono guerre fredde rivolte verso il pericolo della sovversione rossa in Italia, campi di addestramento, bordelli di lusso. La necessità didascalica, che fortunatamente Sarasso elimina, è solo intuizione del lettore che si tramuta ora in sospetto, ora in ansia, ora in orrore. Le descrizioni, pure violenze psicologiche e sessuali, sono ritratti feroci della realtà e di chi, troppo vicino al potere, si appresta a superare il confine di stato. E Sarasso, con questo esordio che non ha pari, merita piena fiducia per le due future opere che completeranno la trilogia di questa storia d’Italia noir.
Sono tanti i dettagli, politici e non, gli sfondi psico-sociologici e i personaggi enigmatici e pieni di fascino, particolarmente differenti fra loro. Come ha fatto a ricostruire ambienti così diversi? Quanto è stato complesso documentarsi?
Nelle varie riletture del romanzo (bozze, correzioni, miglioramenti per la nuova edizione) mi sono reso conto di quanto il lavoro documentario sia la vera spina dorsale del romanzo. Ti ringrazio per le belle parole riguardo ai personaggi, ma ti giuro che ho fatto poco o nulla per caratterizzarli. È la Storia (manipolata, storiograficamente maltratta, a volte) che parla attraverso di loro rendendoli tridimensionali. La documentazione è stata una parte affascinante del lavoro, anche se faticosa. È durata circa un anno, in cui ho ammonticchiato informazioni e dati sufficienti a scrivere tre libri. Sono passato dalla rete alle biblioteche e alla rete sono ritornato. Posso affermare senza timore alcuno che la mia acribia storica deve tutto a internet. Dieci anni fa non avrei potuto scrivere lo stesso libro.
Tra il 1954 e il 1972 in Italia c’è stata la guerra. Una guerra non convenzionale tra lo Stato e una rete, complessa e articolata, di corruzione e affarismo che per un tratto della storia del Novecento ha tenuto salde le redini del nostro Paese. Perché ha voluto raccontare quest’Italia?
Perché a pensar male si fa sempre bene. Io ho ipotizzato uno scenario assurdo, con una parte di Stato che complotta contro l’altra, che la spia e la ricatta, che è disposta a sopraffarla militarmente. E magari non ho poi sbagliato di molto. Quello che mi interessava era sopire una antica rabbia politica. Dopo trentasei anni di processi, nessuno è colpevole per la strage fascista di Piazza Fontana. Anzi, i parenti delle vittime hanno dovuto persino pagarsi le spese processuali. Allo stesso modo nessuno è colpevole per la morte di Enrico Mattei o per quella di Wilma Montesi.
Mentre studiavo le carte, più e più volte ho avvertito un’acuta sensazione di dolore e impotenza. Nei tre episodi di cui parlo nel libro, persone come me, come voi, hanno perso un padre, una madre, una figlia o un fratello. E dopo quasi quarant’anni non sanno ancora perché. È il genere di cose che fa male. E che fa incazzare di brutto. Ecco perché ho creato Sterling e i suoi. Per avere finalmente qualcuno con cui prendermela. E devo dire che un po’ l’incazzatura se n’è andata.

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