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La cultura del Mediterraneo, una tre giorni a Monfalcone

Pubblicato: 18 giu 2007 da Manila Benedetto

Per la decima volta è pronto a prendere il via il festival internazionale Onde Mediterranee, rassegna di incontri curata da Neri Pollastri e che si svolge a Monfalcone.

Questi gli appuntamenti:

sabato 30 giugno 2007, ore 21.00
Ironia itinerante
incontro con l’attore e scrittore Moni Ovadia
interventi musicali di Giorgio Pacorig (pianoforte)

mercoledì 4 luglio 2007, ore 21.00
La rinascita del gioco del pensiero
incontro con il prof. Pier Aldo Rovatti
interventi musicali di Claudio Cojaniz (pianoforte)

giovedì 5 luglio 2007, ore 21.00
L’alternativa mediterranea
incontro con il prof. Franco Cassano
interventi musicali di Romano Todesco (fisarmonica)

Il tema principale della rassegna è la realtà socio-culturale del Mediterraneo fatta di arte, cultura, tradizioni e risorse economiche, che il filosofo Neri Pollastri ha saputo declinare in un discorso ampio e coinvolgente attraverso gli ospiti della tre giorni.
Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso libero.

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3 commenti

Commenti dei lettori

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  • Profilo di Laura Tussi

    Laura Tussi

    21 giu 2007 - 10:18 - #1
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    LE DIFFERENZE NELL’EUROPA DEI POPOLI, DELLE GENTI, DELLE CULTURE E DELLE MINORANZE.
    Tra integrazione, riconoscimento e assimilazione

    CASA DELLA CULTURA di MILANO, presentazione del libro di Amos Luzzatto “Il posto degli Ebrei”.
    RELATORI: Amos Luzzatto, Piero Fassino, Khaled Fouad Allam, Ferruccio Capelli

    di LAURA TUSSI

    La questione dell’ebraismo è complessa perché non può essere così analizzata secondo una griglia di lettura meramente storica o culturale. La questione ebraica obbliga a pensare due quadri geografici e culturali, quello della Storia dell’Europa e del mondo Arabo, dell’Islam e dei rapporti fra le religioni monoteistiche in modo relativamente schizofrenico, perché da una parte abbiamo, sempre nell’ambito, ad esempio, della letteratura, l’immagine della ricerca, di un’umanità che si compie attraverso il superamento delle differenze (ad esempio la novella dei Tre Anelli del Boccaccio) e tutta una serie di letteratura che ha sempre posto la problematica della relazione con questo universalismo. D’altra parte l’opposto versante delle comunità umane nei rapporti con le loro identità, come il disastro della storia ci permette di analizzare quanto siano fragili i gruppi e le comunità umane, quanto la questione dell’ebraismo come una sorta di leit motiv continuo nell’ambito della storia delle culture del mondo, tende a spiegare talvolta le nostre incapacità e fragilità o impotenza talvolta a non cedere alla tentazione dell’occultamento. L’antisemitismo non è mai scomparso, può nascondersi, a volte può essere più debole, ma muta con le categorie ideologiche ed anche epistemologiche con cui si strutturano le società. L’analisi dei rapporti tra l’identità cristiana è arrivata a questo punto. Si è verificato nella storia dell’umanità più o meno recente un antisemitismo di matrice religiosa nella Spagna del 1500, un antisemitismo politico nell’Europa contemporanea tra il 1800 e il 1900 e attualmente un antisemitismo di matrice socioculturale più pericoloso perché diffuso maggiormente e meno visibile. L’antisemitismo nella Spagna del 1500 porta alla teoria della razza, non soltanto attraverso le obbligazioni che costringevano gli ebrei a convertirsi, formandoli così al cristianesimo. Intorno al 1600 in Spagna nasce lo Statuto del sangue puro, ripreso quattro secoli dopo dal nazismo. Il periodo in cui viviamo non è certamente uno dei più positivi, ma il più inquietante di questi ultimi anni, non solo perché si respira di nuovo antisemitismo da una parte, islamofobia dall’altra, si ripresentano ideologie totalitarie, ma anche perché è cambiato, dopo la caduta del muro di Berlino, il paradigma su cui si definisce la conflittualità politica. Si vede benissimo come in un certo senso anche tutto il ‘900, comunque, aveva come paradigma politico l’ambito delle lotte sociali e le conseguenze delle rivendicazioni sociali, come modalità di emancipazione della storia, al di là delle culture, delle lingue e delle religioni. Dopo il 1989 non è più il paradigma delle lotte sociali a definire l’ordine e il discorso politico, ma spesso la questione di appartenenza, l’eticizzazione dei rapporti sociali e la sostituzione della categoria eticità nell’ambito della visualizzazione della politica, come definizione di un’architettura politica.
    Perché risulta pericoloso questo paradigma dell’eticità dei rapporti sociali, come definizione di un’architettura politica? Perché rende meno possibile la comunicazione tra le comunità umane e tende ovviamente a comunitarizzare tutto ciò che è nell’ambito politico, come si nota benissimo, ad esempio, nell’ambito attuale del conflitto israelo-palestinese, come le fazioni in presenza tendono comunque a definire la loro architettura politica in funzione di appartenenza e di identità. Tutto questo interagisce nel cuore delle nostre società, dei nostri paesi e quartieri. Si è consumato un divorzio tra storia e memoria, perché la questione più grave, oggi, che tocca variegate griglie di letture come sfida del mondo contemporaneo è il fatto di fare comunicare popoli e culture che non comunicano più: questa è la sfida. Su questo principio nessuno presenta soluzioni operative e in un certo senso è come inventare un linguaggio politico in grado di tradurre l’eterogeneità delle culture presente oggi nel tessuto sociale. La questione delle differenze è fondante perché non interroga solo la cultura, ma anche la storia, la politica, nel senso della polis come insieme di popoli e culture che possono interagire vicendevolmente. Forse la lezione dell’ebraismo con la Shoah può trasmettere valori per limitare gli errori della Storia in tempi passati. L’ebraismo è una delle radici dell’identità europea. L’Europa è un continente la cui storia è attraversata da diversità, dal pluralismo culturale, etnico, religioso, dalle identità plurime. Naturalmente questa storia non è stata lineare, né priva di tragedia, anzi il popolo ebraico è stato il protagonista dell’olocausto e quindi attraverso la tragedia si è affermato il diritto del popolo ebraico di essere riconosciuto in Europa e tuttavia appunto ricordare “il posto degli ebrei” nella storia dell’Europa significa ricordare che la storia europea è trama di identità plurime. L’antisemitismo, fenomeno non circoscritto solo ad una fase storica o ad un periodo temporale, può anche essere letto come il ricorrente tentativo di negare le diversità, contro il tentativo dell’integrazione che si basa sempre sul riconoscimento e sul rispetto. Da questo punto di vista è significativo come appartengano ad una visione più ristretta e conservatrice l’idea di un’Europa delle nazioni, perché l’Europa è costituita di popoli e comunità e minoranze, così come sarebbe riduttiva l’idea di Europa cristiana, nel momento in cui l’identità europea è segnata dal pluralismo culturale e religioso. Nel momento in cui l’Europa è alla vigilia di un salto qualitativamente molto grande del processo d’integrazione, non solo perché si estende quantitativamente a dieci stati, ma allargandosi mette in campo il più grande processo di unificazione che la storia d’Europa abbia mai conosciuto e l’unico processo di unificazione che nella storia d’Europa si consumi non attraverso le armi e la sopraffazione di una nazione sulle altre, ma attraverso il consenso, la pari dignità e il riconoscimento del pluralismo, nel momento in cui questo processo viene attuato, rivendicare il ruolo e la funzione di un’identità come quella ebraica ha un valore non soltanto di affermazione di un’identità, ma ribadisce che l’integrazione non può fondarsi sull’assimilazione, anche perché sono termini antitetici. Integrazione è il riconoscimento e l’interazione di identità diverse che però vengono riconosciute nella loro specificità e quindi diventano titolari di diritti. L’assimilazione tende invece alla sparizione, all’annientamento delle identità e delle loro differenze a cui non vengono riconosciuti diritti.
    Il processo di unificazione dell’Europa si basa sull’integrazione e non sull’assimilazione.
    LAURA TUSSI

  • Laura Tussi

    26 giu 2007 - 08:30 - #2
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    ESISTE UN’ ETICA IN EUROPA?
    Etica nello spazio-mondo:
    seminario a cura di Fulvio Papi presso la CASA DELLA CULTURA. Intervento di Giacomo Marramao.

    di LAURA TUSSI

    Il policentrismo urbano

    Milano è una città cruciale per l’intera Europa. L’Ethos parte dalle esperienze delle forme di vita nelle città d’Europa. La prospettiva in cui attualmente ci si muove tende a collegare la storia delle singole città, alla specifica storia europea. A Milano sono state decise cose importanti per la storia d’Europa. Si avverte il tentativo di vedere collegamenti tra le città analoghe d’Europa. L’Italia ha la sua ricchezza ineguagliabile nella pluralità dei suoi centri urbani. E’ stata la prima grande realtà comunale della modernità. La Francia è stata invece una nazione statocentrica. Derrida ha riflettuto sull’idea di capitale, di caput, di centro, di punto di riferimento. L’Italia è il paese che ha più di ogni altro anticipato questa realtà di esperienze comunali, di policentrismo urbano, e da questo punto di vista l’Italia potrebbe essere un laboratorio importante per l’Europa, perché quest’ultima trova il suo Ethos esattamente nell’essere uno spazio di differenze, di esperienze tra loro diversificate, ossia l’Europa è un ambito al cui interno le differenze che passavano attraverso le grandi esperienze delle città, non hanno mai dato luogo a politiche dell’identità, a strategie identitarie, rigide, tipiche degli stati nazionali. Le città in Europa sono sempre state luoghi nei quali le differenze specifiche non hanno mai avviato politiche dell’identità. A partire dall’epoca medievale e immediatamente successiva all’anno 1000, quando l’aria delle città rendeva liberi, le città sono sempre state luoghi d’incontro, d’incrocio, crogiolo e crocevia tra identità diverse in Europa. Invece, gli stati hanno neutralizzato queste esperienze di meticciamento. Quanto più le città si ibridavano, divenivano luoghi di incrocio e d’incontro tra esperienze culturali, tanto più gli stati nazionali tendevano a neutralizzare il peso di tali esperienze e determinavano una politica univoca dell’identità nazionale. La storia d’Italia andrebbe tutta riletta in questa chiave.

    L’identità verticalistica e monolitica dello Stato Nazionale in Europa

    Con quello che è accaduto nelle città più importanti si può ricostruire l’Ethos europeo, composto di differenze che nelle esperienze comunali non hanno mai dato luogo a politiche identitarie, mentre nella logica degli stati nazionali hanno determinato conflitti tra identità statali molto forti. Lo spazio d’incrocio e di incontro tra esperienze differenti nei diversi luoghi urbani d’Europa, crogioli e crocevia di culture, ha determinato sempre un livello di crescita della cultura dei grandi movimenti e delle rivoluzioni di costume e di cultura che in seguito hanno preceduto le rivoluzioni politiche e sociali. I collegamenti tra centri urbani erano trasversali e orizzontali, ossia non gerarchici. La logica identitaria nazionale e statale italiana o degli altri paesi europei è, in qualche modo, una logica che nell’affermare una politica dell’identità ha mortificato le spinte innovative che si davano all’interno e in cui la logica identitaria procede per aggregati di tipo verticalistico, strutturando l’identità in maniera rigida e monolitica, autoreferenziale, centrata su se stessa, opponendosi e svincolandosi dalla prospettiva di un’alterità culturale che però non sta ferma nel sito, nel luogo d’origine, ma che viaggia, compiendo il passaggio a Occidente, modificando se stessa e lo stesso Occidente.

    Il concetto di ibridazione e meticciamento delle identità culturali

    L’Intellighentia postcoloniale è stata in grado, meglio di ogni altra, di criticare la politica dell’identità che ha caratterizzato larga parte della vicenda politica dell’era moderna. Gli intellettuali postcoloniali hanno sottolineato soprattutto l’esigenza di concepire identità come sempre contaminate ed ibridate, senza neanche compiere l’apologia postmoderna dell’ibridazione. Questi intellettuali sostengono che la realtà di tutte le culture, delle ibridazioni e del “meticciato”, come dice Umberto Eco, è poco attinente non perché questi fenomeni siano negativi, ma perché, storicamente, sempre , esiste il fenomeno dell’ibridazione, fattore molto più rilevante del pluralismo che assume le culture come delle datità, interpretando la società multiculturale come insieme di “ghetti contigui”, quindi è in realtà un pluralismo statico, che non va oltre un rifacimento della versione della tolleranza, la quale però non ammette nessun tipo di interazione e contaminazione reciproca. Invece, i teorici postcoloniali non partono dal pluralismo, ma dall’ibridazione e dunque il problema del rapporto tra le culture non è quello della tolleranza reciproca e del riconoscimento, ma il problema vero della nostra nuova realtà sociale è quello della traduzione e transizione tra le culture e le diverse esperienze culturali. Quindi non è più sufficiente la vecchia teoria della storia Hegeliana che pone l’Europa e l’Occidente come centri di irradiazione del mondo e non basta più la concezione, non imperialistica, ma Kantiana dell’Europa come culla dell’universale. Le categorie universalistiche della modernità politica europea sono simultaneamente indispensabili e inadeguate. L’Europa deve rendersi conto di questo doppio statuto delle categorie del proprio universalismo che per un verso hanno lo statuto dell’indispensabilità, per l’altro dell’inadeguatezza a fronteggiare il mondo contemporaneo. L’identità o meglio la comunità può nascere non da una pura comparazione tra le culture, ma esistono legami trasversali anche tra diversi orienti e diversi occidenti. La relazione fra le identità non deve essere di tipo verticale come il federalismo leghista attuale, ma le solidarietà sono orizzontali, solidarietà chiasmatiche, come quelle che Habermas chiama solidarietà fra estranei, o solidarietà fra stranieri morali, mentre nella identità nazionale non sono concepite queste tipologie di incontro.
    Ognuno pone l’etica, la tavola dei valori, la carta dei diritti e dei doveri della legge fondamentale dello stato, dicendo che questo è l’Ethos specifico. Ma nelle città, l’Ethos era determinato dagli incroci fra “stranieri morali” che si raccontavano i propri usi e costumi reciprocamente diversi e alimentavano il mutamento della mentalità collettiva. La costituzione europea, che è un ibrido molto insoddisfacente tra la forma trattato che segue la logica di tipo interstatale e intergovernativa, la forma costituzionale, e la costituzione dell’Unione Europea di Nizza, enuncia l’Ethos identitario europeo declinandolo al plurale. E’ questa la ragione per cui non si è ritenuto di includere nessun riferimento a un’unica religione. Vi è un’innovazione terminologica: infatti la carta dei diritti di Nizza cita “i popoli europei” al plurale, non al singolare, sottolineando che l’identità europea nasce dai tracciati e dai percorsi delle diverse differenze e dove più popoli si intendono, non necessariamente le nazioni, ma anche tutte le esperienze culturali, rilevanti, di lunga durata. Hanno il nome legittimo di cultura tutte quelle esperienze con una rilevante durata nel corso del tempo, producendo risultati rilevanti per la comunità da loro organizzata. I popoli europei non sono solo tenuti insieme dal collante degli stati nazionali, ma sono svincolati da essi.

    LAURA TUSSI

  • erik

    13 lug 2007 - 20:36 - #3
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    ho assitito all università di bari alle lezioni di sociologia della conoscenza di cassano…davvero molto belle…mi spiace non aver potuto assistere al suo intervento….d’altronde il mediterraneo è un universo talmente fascinoso…(mi si consenta il vocabolo in italiano corretto ma assai efficace!!!)
    peccato oramai sia ecologicamente allo sbando…per fortuna qualcosa qualcuno fa, almeno a livello segnalativo…
    http://www.golettaverde.vodafone.it/

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