Jonathan Lethem, Memorie di un artista della delusione

Attenzione! Il libro che avete tra le mani può tirarvi un brutto scherzo. Chi ama la saggistica e corre in libreria ad acquistare l’ultima fatica di Jonathan Lethem, Memorie di un artista della delusione, edito da minimum fax, a lettura terminata potrebbe inveire contro l’editore e chiedere al libraio di fiducia la restituzione degli euro sborsati per portarsi il libro a casa, o quantomeno scambiare il libro dell’autore di “La fortezza della solitudine” con un saggio che rispetti tutti i crismi del genere.
Preambolo necessario, perché il libro in questione è un intenso ripensamento retrospettivo degli anni di formazione di Lethem, una sorta di autobiografia geneticamente modificata, dove gli episodi della fanciullezza e dell’adolescenza si trasformano in correlativi oggettivi composti da film, libri, fumetti e musica. L’autore sembra volerci comunicare “sono Jonathan Lethem perché ho divorato i fumetti della Marvel, perché ho amato Philip Dick alla follia, nonostante il fatto che lo stesso abbia sfornato libri maledettamente illeggibili, perché una ragazza che mi piaceva mi ha portato una sera, in un cinema, a vedere un film di Cassavetes, sono Jonathan Lethem perché ho avuto un padre pittore (Ho imparato a pensare guardando mio padre che dipingeva) e una madre colta ed eccessiva, con il dono della scrittura, stroncata troppo presto da un male incurabile”.
Al di là di tutti i titoli citati, di tutta la cultura enciclopedica, affastellata, confusa, onnivora, mostrata da Lethem in questo libro, rimangono, a lettura compiuta, le pagine dedicate al rapporto conflittuale con il padre e a quello troppo presto interrotto, ma tuttora viscerale, totale, ineliminabile con Judith Lethem, la madre: “Dato che i Pink Floyd erano fioriti all’indomani della perdita di Barrett, io non dovevo necessariamente crollare in mille pezzi per dimostrare quanto mi era costata la scomparsa di una figura immensa come quella di Judith Lethem. Essere sopravvissuto alla sua morte non significava affatto averla disonorata. Le dovevo soltanto una magnifica canzone”. Ecco, tutto il senso del libro mi pare racchiuso in queste poche righe, e perché no, tutto il senso del suo essere scrittore è racchiuso in questa tentativo continuo di non crollare in mille pezzi, di evitare lo sbriciolamento emotivo attraverso la costruzione di lucenti mondi narrativi.

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