Un saggio per (ri)scoprire il dandismo

“Storia inimitabile del dandy” di Ellen Moers ci spiega la straordinaria portata del fenomeno sociale e politico di fine Ottocento

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Il dandismo, inteso come fenomeno sociale, e perfino politico, con ripercussioni sul mondo delle idee, fu un’invenzione della Reggenza: vale a dire del periodo della storia d’Inghilterra in cui l’aristocrazia e la monarchia furono più disprezzate (e quindi per reazione divennero sempre più insopportabilmente chiuse, esclusive). Il dandy, come George Bryan Brummell detto “Beau” lo creò, si isolò sul piedistallo inavvicinabile del proprio io: divenne l’arbiter elegantiarum, o, come si diceva allora, «non plus ultra del ton maschile».

Come spiega Ellen Moers in Storia inimitabile del dandy, in libreria per Odoya,

“il dandy non difende la sua integrità vivendo distaccato dal mondo, anzi, frequenta a bella posta tutta la fauna di seccatori che affliggono questa terra, romantici, pedanti, atleti, magistrati e così via, per dimostrare a tutti la propria superiorità. L’essenza stessa del dandismo brummelliano consiste nella raffinatezza dell’umorismo e di tutte le cose soggette alla norma del gusto. L’ordinario, è assolutamente sconveniente per il dandy. Ogni suo atteggiamento, dal modo di danzare a quello di cavalcare dev’essere controllato, definito e assolutamente differente da quello della massa. Il dandy non ha né obblighi né vincoli affettivi: il dandy ha un unico scopo ovvero essere se stesso”.

Gli ultimi ad interpretare l'eco delle imprese di “Beau” Brummel furono Oscar Wilde e Max Beerbohm, nel periodo in cui neodandismo faceva rima con decadenza. Ma sia nell’epoca della Reggenza, che durante l’era Vittoriana il fenomeno dandy impazzava in Inghilterra e, durante il periodo della Restaurazione anche a Parigi. Il montare della “dittatura del ton” fu favorito da numerose pubblicazioni. Come Brummel fu il primo dandy e venne sempre preso ad esempio dagli elegantoni esclusivi, così il romanzo Palham di Edward Bulwer-Lytton fu il faro letterario degli aspiranti fashionisti britannici e francesi. Gli uomini di lettere (giornalisti, romanzieri ed editori) erano spessissimo annoverati tra le fila degli amanti del ton e moltissime furono le pubblicazioni utili per tenersi informati sulle ultime novità in fatto di fashion...

I primi dandy inventarono le serate di danza a oltranza, la civetteria maschile, le riviste di moda e tutta una serie di interazioni sociali in cui o si era IN o si era OUT, senza vie di mezzo. Questa società esclusiva disprezzava gli umili e i ceti sociali meno abbienti e il Reform Bill, che abbatteva i privilegi in favore di un suffragio diffuso, inferse un duro colpo al “movimento dandy”: ne restò intatto solo la parte estetica, che era la più saliente.

Gli eleganti viveur degli anni dieci del terzo millennio riconosceranno in Brummel e nelle dame dell’Almack’s ⎼ le giudici supreme in materia di danze ⎼ i propri antenati più affini.

E se neanche i più fini letterati come Balzac, Baudelaire e Dickens furono immuni dal fascino dell’arbiter elegatiarum, come ci stupisce che il dandysmo nelle sue caratteristiche principali sia uno stile di vita ancora apprezzato tra i giovani modaioli e hipster?

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