Libri da leggere nell’estate 2017: “Silicon Valley: i signori del silicio” di Evgeny Morozov

Che fine fanno i nostri dati? O, meglio, quale sarà il nostro destino se non impareremo a conoscere la servitù volontaria alla quale aderiamo quando accettiamo con un click termini e condizioni?

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Che fine fanno i nostri dati? O, meglio, quale sarà il nostro destino se non impareremo a conoscere la servitù volontaria alla quale aderiamo quando accettiamo con un click termini e condizioni? Il saggio Silicon Valley: i signori del silicio di Evgeny Morozov fa piazza pulita di molti degli stereotipi tecno-ottimisti che siamo soliti sentir ripetere dall’informazione allergica al senso critico e dalla politica che racconta internet come fosse una “rete intrinsecamente democratizzante, cosmopolita e destabilizzante per i poteri forti”.

Il saggio pubblicato da Codice Edizioni (uscito nel 2017 con una nuova prefazione) demistifica molte delle narrazioni contemporanee sull’universo digitale, a cominciare dalla retorica della ribellione che ha accompagnato le ascese di personaggi come Jobs, Zuckerberg, Brin, Page, Bezos. Dai primi Apple alle più recenti piattaforme come Uber e Aibnb tutto ciò che è nato come lotta contro l’establishment sta diventando establishment, ciò che è nato per rovesciare il patto fra politica ed economia si sta rivelando una forza economica in grado di dialogare alla pari con la politica.

Nel racconto del capitalismo contemporaneo le regole della legge vengono sostituite da quelle del mercato: il cliente che non paga o il tassista di Uber che non fa il suo dovere vengono “sanzionati” dalla piattaforma, così come nell’economia analogica ci pensano i tribunali. Il sistema funzionerebbe in un mondo ideale, non inquinato dalle recensioni dei falsi detrattori o dei falsi elogiatori. Eppure l’idea ottimistica secondo la quale l’intelligenza collettiva sia il migliore dei giudici è stata trasferita anche alla politica con tutto ciò che ne consegue.

In questo mercato che approfitta dell’assenza di solidarietà e senso civico, la pervasività della digitalizzazione nella vita quotidiana sta trasformando tutte le nostre attività in una merce di scambio fra politica ed economia. Il potere è nei dati e tutti i servizi che ci sembrano gratuiti vengono pagati con le informazioni personali.

“Una volta che l’istruzione, la sanità e altri servizi si trasferiranno nel cloud, non è difficile immaginare che la Silicon Valley rivestirà un ruolo sempre maggiore. Perché non dovrebbe essere Google a segnalarvi i sintomi di una malattia, visto che condividete quotidianamente i dati sulla vostra salute?”

spiega Morozov sottolineando come “chi può permettersi di pagare per tutti i servizi che gli altri stanno usufruendo gratis, in futuro godrà di un’autonomia anche maggiore: chi già oggi non deve preoccuparsi dei requisiti per ottenere un prestito non dovrà certo preoccuparsi della sua posizione nelle classifiche di Uber o chiedersi se non andare una volta in palestra possa tradursi in guai con la propria assicurazione”.

In molti paesi digitalmente evoluti si sta già lavorando affinché i dati diventino premianti o penalizzanti nelle politiche di Welfare. Come spiega Morozov, il think thank 2020health ha proposto sgravi fiscali per i cittadini del Regno Unito che mantengono bassi i livelli di glucosio nel sangue, smettono di fumare e tengono il peso sotto controllo: migliore sarà il loro stato di salute, maggiori saranno le riduzioni del carico fiscale o i bonus a fine anno.

Perché ciò avvenga ci vuole un patto fra Stato e piattaforme digitali. Va da sé che lo spirito ribelle coltivato nelle università statunitensi dopo il ‘68 si è trasformato in retroterra culturale dei nuovi monopoli, mascherati da piattaforme smart e accessibili. In questo contesto chi osi sollevare dubbi contro piattaforme come Uber o Airbnb viene bollato come un retrogado luddista. La narrazione dominante è quella che vede opposti “coraggiosi innovatori e apatici monopolisti al potere”. Si tratta di una rappresentazione distorta che “non tiene conto del fatto che le start up della sharing economy operano secondo un modello ‘pre-welfare’: i lavoratori godono di reti di protezione sociale minime, devono farsi carico di rischi che prima riguardavano i loro datori di lavoro, la contrattazione collettiva è quasi inesistente”.

Oltre alla disgregazione del Welfare, la pervasività degli algoritmi nella nostra quotidianità aumenta le diseguaglianze annichilendo anche le poche sacche di resistenza della nostra società. Con Haystack e MoneyParking si può mettere in vendita il parcheggio che si sta per lasciare con la propria auto. Per i tecnottimisti la trovata è geniale, ma Morozov guarda al bicchiere mezzo vuoto:

“Dopotutto c’era qualcosa di confortante nel sapere che il manager di un hedge fund doveva cercare parcheggio esattamente come doveva cercarlo un bidello. Dieci anni fa questa presunta uguaglianza sembrava essere un fatto incontrovertibile della vita; oggi si tratta di un’imperfezione tecnologica che può essere facilmente corretta con un telefonino”.

Il ricco che può permettersi il parcheggio grazie all’app è lo stesso che pagherà i servizi con il denaro e non con i propri dati. L’unica ecologia possibile? Disconnettersi, chiamarsi fuori dal gioco, cercare di limitare la propria presenza in Rete e lasciare a secco i colossi tech che hanno bisogno dei nostri dati come noi dell’aria che respiriamo.

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