Libri da leggere nell’estate 2017: “L’anno del pensiero magico” di Joan Didion

L’esperienza del lutto, il dolore della perdita e la salvezza nel cambiamento sono i temi di un libro destinato a diventare un classico

NEW YORK, NY - SEPTEMBER 24:  Joan Didion attends The American Theatre Wing's 2012 Annual Gala at The Plaza Hotel on September 24, 2012 in New York City.  (Photo by Jemal Countess/Getty Images)


La sera del 30 dicembre 2003 John Gregory Dunne muore all’improvviso e per Joan Didion, sua moglie da quarant’anni, inizia l’anno del pensiero magico, il tempo di un lungo addio all’uomo amato, di un intimo colloquio con la morte e con il dolore.

Riproposto in una nuova edizione da Il Saggiatore, L’anno del pensiero magico di Joan Didion descrive l’esperienza del lutto e di tutto ciò che la perdita porta con sé. Molto spesso la letteratura si è concentrata sull’evento, sullo choc e sul trauma, ma l’autrice di Verso Betlemme e Blue Nights guida il lettore in un percorso fatto di indagini razionali, memorie, dettagli del passato e previsioni sul futuro lungo dodici mesi.

“La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita” sono le prime parole che Didion scrive dopo la morte del marito e il suo libro racconta proprio il cambiamento, la trasformazione attraverso il dolore, perché “il tempo è la scuola dove impariamo”.

l-anno-del-pensiero-magico_2017.jpg Dopo avere ricostruito momento dopo momento l’arresto cardiaco, l’arrivo dei soccorsi, la corsa in ospedale, il funerale e la concomitante malattia della figlia Quintana che differisce di settimane il lutto, Joan Didion si cala nei dettagli. Il pensiero magico rincorre indizi e presagi dell’evento fatale, riflette su ciò che avrebbe potuto evitarlo, scava nella memoria. È la razionalità a guidare la scrittura di Joan Didion: la scrittrice cita ricerche scientifiche, enumera statistiche mediche e farmaci salvavita e fornisce anche una bibliografia del lutto.

Il talento della scrittrice (Saviano l’ha citata fra le migliori autrici di non fiction) viene messo al servizio di un percorso autobiografico che assume un valore universale. Chiunque abbia attraversato l’esperienza del lutto può ritrovare in queste pagine lo choc, il differimento del dolore, i meccanismi di autodifesa, la solitudine, la presa di coscienza della perdita, il senso di colpa, l’ossessione dei ricordi e il desiderio di un impossibile ritorno che può avvenire solamente nella dimensione del sogno.

Fra le righe, in mezzo al dolore, questo libro doloroso e bellissimo, è anche un saggio sul significato profondo del vivere insieme:

“Il matrimonio è memoria. Il matrimonio è tempo. ‘Non conosceva’ le canzoni ricordo di aver sentito che un amico di amici aveva detto dopo un tentativo di ripetere l’esperienza. Il matrimonio non è solo tempo: è anche, paradossalmente, la negazione del tempo. Per quarant’anni io mi sono vista con gli occhi di John. Non sono invecchiata. Quest’anno per la prima volta da quando avevo vent’anni mi sono vista con gli occhi degli altri”.

In questo libro destinato a diventare un classico, il percorso del lutto diventa, dunque, una presa di coscienza della propria (nuova) natura, di ciò che si è ereditato da chi si è perso e di ciò che si è ereditato dalla perdita stessa. D’altronde, come spiega l’efficace metafora che chiude il libro, non può esistere altra salvezza se non quella di abbandonarsi al cambiamento.

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