Rileggere “Il tallone di ferro” di Jack London 110 anni dopo

Uno dei primi romanzi distopici della letteratura statunitense prefigura alcuni degli eventi che hanno segnato il Novecento

The popular American writer, Jack London (1876 - 1916) who was successively sailor, tramp and gold miner before he took to writing. His 'Call of the Wild' and 'White Fang' have become classics.   (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

Sono passati 110 anni dall’uscita de Il tallone di ferro di Jack London e 100 dalla Rivoluzione d’Ottobre. Rileggere oggi questo romanzo distopico, meno conosciuto rispetto alle altre opere dello scrittore statunitense, fa riflettere sulle straordinarie possibilità divinatorie della letteratura.

Pur essendo un romanzo con i piedi – i talloni verrebbe da dire… - saldamente piantati nei primi anni del Novecento, l’opera di Jack London sembra raccontare il nostro presente, l’invadenza delle lobby e la protervia del potere, le contraddizioni del moralismo e il servilismo della stampa e degli intellettuali.

Un vero e proprio messaggio in bottiglia affidato ai flutti del tempo nel 1907 e ricco di “profezie” sul Novecento, tanto che se si piombasse direttamente sul libro senza saperne nulla si potrebbe pensare che sia stato scritto nella seconda metà del secolo scorso.

La vicenda, narrata da Avis Everhard, ha come protagonista Ernest Everhard, giovane rivoluzionario socialista che lotta contro lo sfruttamento della classe operaia a opera della plutocrazia. La storia è narrata in un manoscritto redatto da Avis Everhard e ritrovato dopo la sconfitta del Tallone di ferro ovvero la dittatura immaginata da London come reazione alla nascita e allo sviluppo del Partito Socialista degli Stati Uniti.

Le parole di Ernest strappano il sipario dell’ipocrisia del capitalismo con una lucidità che lascia esterrefatti per la loro attualità:

“Ho conosciuto uomini che nelle loro diatribe contro la guerra invocavano il nome del dio della pace, intanto che distribuivano fucili ai Pinkerton per abbattere quelli che scioperavano nelle loro stesse fabbriche. Ho conosciuto tipi che inveivano contro la brutalità del pugilato ma che erano complici di frodi alimentari per le quali muoiono, ogni anno, più innocenti di quanti massacrò Erode dalle mani insanguinate. Ho visto gente autorevole, colonne della Chiesa, che sottoscrivevano somme ingenti a favore delle missioni straniere, ma che facevano lavorare dieci ore al giorno nelle loro fabbriche le giovanette, compensandole con salari da fame e incoraggiando in tal modo la prostituzione”.

London prefigura la rivoluzione del proletariato, immagina il tempo in cui anche i ricchi dovranno lavorare per guadagnarsi il pane, “come fa il contadino nei campi”.

04-tallone-di-ferro.jpg Il libro godette di un successo planetario divenendo una sorta di bibbia popolare del socialismo scientifico. Lo lesse anche Mussolini che, una volta salito al potere, ne vietò la ristampa e la diffusione. In Russia fu portato a teatro e sullo schermo da Pudovkin e Gardin e letto e visto da milioni di persone alla fine degli anni Dieci.

London, giornalista per William Randolph Hearst (l’uomo portato sullo schermo da Orson Welles), non risparmia nemmeno il mondo del giornalismo: “La stampa degli Stati Uniti? È un’escrescenza capitalistica. La sua funzione è di servire lo stato attuale delle cose, manipolando l’opinione pubblica; e l’esegue a meraviglia”.

Nel corso del romanzo viene a più riprese sottolineato l’intimo legame fra potere politico e potere economico: “Oggi la plutocrazia ha tutto il potere nelle sue mani. È lei che crea le leggi perché controlla il Senato, il Congresso, la magistratura e il potere legislativo in ogni stato. E non è tutto qui. Dietro la legge deve esserci la forza che la rende esecutiva. E oggi la plutocrazia, fatte le leggi, ha a sua disposizione la polizia, l’esercito, la marina, e infine la milizia, ossia voi, io e noi tutti”. L’America del democratico Theodore Roosevelt, insomma, assomiglia tanto a quella del repubblicano Donald Trump e del suo predecessore democratico Barack Obama.

La lungimiranza di London si spinge fino ai limiti della profezia quando preannuncia una guerra degli Stati Uniti contro la Germania e addirittura quello che sarà l’attacco di Perl Harbour di 34 anni dopo:

“Il 4 dicembre il nostro ambasciatore fu richiamato da Berlino. Quella stessa notte, la flotta tedesca attaccò Honolulu, affondò tre incrociatori americani e un cacciatorpediniere, e bombardò la città. Il giorno dopo la guerra fra Germania e Stati Uniti era dichiarata e in meno di un’ora i socialisti avevano proclamato lo sciopero generale nei due Paesi”.

La Seconda Guerra Mondiale contro l’asse italo-nippo-tedesco iniziò proprio dopo l’attacco dei giapponesi alla base navale di Honolulu, un’azione che si svolse il 7 dicembre 1941 (non il 4 dicembre, come nel romanzo di London).

Nonostante lo sviluppo del socialismo sia stato soffocato sul nascere e il Tallone di ferro abbia assunto molteplici e mutevoli forme, la distopia di London resta una delle letture più interessanti per chi mantiene sveglio il proprio spirito critico e non si piega alle narrazioni dominanti.

“Vi chiamate pomposamente repubblicani e democratici, ma non esiste un partito degno di questo nome: in questa Camera non ci sono né repubblicani né democratici. Non siete altro che degli adulatori e mezzani delle creature della plutocrazia”, spiega Ernest e viene da chiedersi, non senza rimpianto, che cosa London avrebbe potuto ancora regalare alla letteratura mondiale se non si fosse spento a soli 40 anni.

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