Salone del libro 2017, Morozov: “Nei dati c’è la chiave per capire il potere”

Che fine fanno i nostri dati? Quali sono i veri obiettivi dei colossi del digitale? E su quali questioni dobbiamo mantenere alta la soglia di attenzione? L’autore di “Silicon Valley: i signori del silicio” ha risposto a queste domande al SalTo30

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Non c’è ombra di dubbio su quale sia la sezione più “nutriente” di questo trentesimo Salone del Libro: L’età ibrida curata da Sergio Gianotto è una finestra sul futuro prossimo e l’opportunità per portare al pubblico della manifestazione torinese l’ampio spettro di discipline che riflettono sulla contemporaneità, sulle trasformazioni imposte dal digitale e sugli scenari che l’ibridazione uomo-macchina potrà disegnare.

L’incontro più nutriente della sezione più nutriente è stato quello nel quale Evgeny Morozov ha dialogato con Christian Raimo sui temi trattati nel saggio Silicon Valley: i signori del silicio, edito da Codice Edizioni.

Come sottolineato da Raimo nella sua introduzione, Morozov è capace di compiere una sintesi molto efficace e originale fra i temi della cultura digitale e quelli dei filosofi della Scuola di Francoforte, di Foucault e di Gramsci. In libri e interventi molto lungimiranti, già dieci anni fa Morozov parlava dei pericoli di una società controllante e autoritaria. Ieri la sua critica è partita dall’analisi del contesto culturale che ha consentito ai big del digitale di accumulare un potere inimmaginabile fino a qualche decennio fa.

“Io penso che si debba tenere a mente che Internet si è sviluppato in California, in un humus culturale apparentemente molto rassicurante, con un’icona vegana e in scarpe da tennis come Steve Jobs. Ma se quel mondo ha creato i super-ricchi che conosciamo oggi molto lo si deve al Pentagono. Quando questo mondo stava prendendo forma, negli anni Novanta del secolo scorso, ci si interrogava sulla realtà virtuale e sul cyberspazio. Mentre ci si concentrava su questi temi, il legame fra il Pentagono e la Silicon Valley si stringeva sempre di più. Vent’anni dopo noi non abbiamo più alcun controllo sui dati che vengono estratti dalle nostre attività”,

spiega Morozov sottolineando l’enorme potere accumulato dai grandi player del digitale. Dal gennaio al maggio del 2017 l’aumento del valore aggregato di Microsoft, Amazon, Facebook e Netflix è stato di 250 miliardi di dollari: “Queste aziende distruggono biblioteche e librerie. Si ‘mangeranno’ il mondo” avverte Morozov che sottolinea l’importanza della comprensione dei meccanismi con cui i colossi del digitale estraggono i nostri dati.

“Le aziende ci dicono che le mail che inviamo e riceviamo, i video che vediamo su Youtube e le ricerche che effettuiamo su Google sono il frutto di una transazione equa: noi usufruiamo gratuitamente di servizi che vengono pagati con la pubblicità degli inserzionisti. Ma attenzione: questa non è la sola transazione. I nostri dati non sono solamente una risorsa per la vendita della pubblicità, ma forniscono ai big del digitale la conoscenza che sta facendo diventare l’intelligenza artificiale sempre più potente. Faccio un esempio: negli Stati Uniti ci sono 3 milioni di camionisti. Quando, fra qualche anno, i camion saranno utilizzabili senza guidatore che fine farà questa forza lavoro?”

continua l’autore de L’ingenuità della rete e Contro Steve Jobs.

Le grandi aziende del settore digitale estraggono dati e creano valore senza condividerne i benefici: “Non si può discutere di fake news senza invitare il convitato di pietra di questo dibattito ovvero la distruzione della sfera pubblica a opera del capitalismo digitale. Sono sicuro che, nei prossimi anni, il promotore dei valori del digitale sarà Macron, perché è questo che vuole il capitalismo europeo”.

Che cosa ha permesso a queste aziende di accumulare così tanto potere? Secondo Morozov la crisi economica e la crescente disaffezione per la politica hanno creato i presupposti affinché Bezos, Zuckerberg e soci vengano visti come dei salvatori. La Silicon Valley è l’avanguardia del compromesso post-sessantottino fra la ribellione e il capitalismo e Steve Jobs ne è l’incarnazione più celebre.

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Gli obiettivi delle aziende vanno oltre la semplice raccolta pubblicitaria. La nostra privacy diventerà un costo come tutto ciò che credevamo essere un nostro diritto. Il diritto alla privacy potrà essere ricostruito pagando: ci saranno più livelli di sicurezza a prezzi crescenti.

Un contesto del genere rappresenta un grande pericolo per il Welfare. Pensiamo a quanto potrà avvenire in futuro con un’approfondita profilazione di un malato: le assicurazioni sanitarie o lo Stato potranno metterlo davanti al suo stile di vita a rischio negandogli i servizi di assistenza o facendogli pagare con un sovraprezzo:

“La raccolta dei dati va bene se il sistema sanitario rimane pubblico e se queste statistiche non vengono utilizzate a beneficio delle aziende private o dei colossi farmaceutici. Potrebbe succedere che con i dati si possa dire: ‘Se sei malato è colpa tua’. In questo modo si creerà una sorta di nuovo feudalesimo in cui le corporation detteranno le regole senza che una rappresentanza democratica possa opporvisi”.

La transizione al digitale è stata vissuta in modi molto differenti. Se la Cina ha saputo costruire un’infrastruttura digitale “sovrana” e gli Stati Uniti hanno visto nei dati la risorsa per gestire l’evoluzione dell’economia dalla produzione al servizio, l’Unione Europea ha perso la guerra commerciale e si è piegata alla raccolta dei dati: “Attualmente l’Ue vive in una condizione di dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti, una dipendenza che si riverbera sull’economia”.

Come difendersi? Informandosi e cercando di capire che fine fanno i nostri dati. Spiegando alle giovani generazioni chi controlla i nostri dati e per quali ragioni. Guardando oltre all’informazione che il potere ci propina. Perché “il capitalismo ha sempre predicato i valori dell’imprenditoria e del self made man, ma questa logica si è sviluppata in maniera parassitaria sfruttando la bontà del genere umano”.

Senza essere tecnofobi e senza abbandonarsi al pessimismo, occorre tenere alta la soglia d’attenzione e prendere coscienza del fatto che nessuna azienda digitale è un ente di beneficenza e che nelle transazioni che compiamo quotidianamente a colpi di click molto spesso siamo in credito e non in debito, anche se qualcuno vuole farci credere il contrario.

Foto | Ufficio Stampa Salone del Libro

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