"Mala suerte" di Marilù Oliva

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“Mala suerte” non è solo l’ultimo atto della trilogia di Marilù Oliva, dopo “¡Tú la pagarás!” (Elliot 2011), finalista al Premio Scerbanenco, e “Fuego” (Elliot 2011), semplicemente perché alla periferia di Bologna non c’è posto per i facili pietismi, né tanto meno per quello sciocco e mieloso insieme che costringe un umanità straziata a lottare ciecamente per non ammettere i propri limiti. E se Dracula, isolato ragazzino alla disperata ricerca del riscatto dell’appartenenza, tortura biecamente teneri ed innocenti gattini, per dimostrare la sua attitudine da duro, in un’orribile escalation iniziatica, Elisa Guerra, in arte “La Guerriera” non è certo da meno.

Come dimostra il suo tempo consumato in estenuanti sessioni di capoeira e “combattimenti orizzontali”, a due passi dalla conquista dell’agognata laurea in psicopatologia dell’omicida, che già nel titolo richiama un vecchio affaire cresciuto tra le misteriose notti salsere bolognesi e l’ambiente delle feste religiose cubane dai contorni ancora terribilmente oscuri: “Studi sugli indagati del Caso Makumba, con approfondimenti psico-patologici del presunto omicida e delle eventuali connivenze”.

C’è come un disturbo di sottofondo che attraversa le pagine di Marilù Oliva, un continuo conato di rabbia a partita doppia, bloccato con estrema difficoltà, giusto l’istante prima che si riversi a terra come un tornado devastatore.

E poi c’è Catalina, magia dell’impegno e di un idealismo quasi incorruttibile, incarnata in un bislacco progetto di agenzia matrimoniale diventato business, l’ispettore Basilica, con i suoi dubbi esistenziali e le sue attrazioni fatali, i latini, i “folkloristici dj”, le ragazze da urlo, la musica, Los Tormentos, e strambi laboratori alchemici, in un turbinoso evolversi di eventi che segue un percorso di morti deliziosamente aromatizzate al cloroformio e citazioni letterarie. Liberi soggiacete, che Dante docet!

A cosa potrebbero portare queste frequentazioni? Non si è fatto particolari film. Si erano incontrati, le loro strade si erano ripetutamente incrociate, ciascuno gravato dalla zavorra dei propri limiti – lui, un matrimonio benedetto dal parroco e dalla casta di un paese inghiottito nei colli foggiani quasi mai intaccato dai divorzi, lei, la sua perdizione che sapeva di libertà sfrenata, notti brave e un approccio ferino alla vita –, ciascuno con pesanti strati di calce mista ad argilla da sfaldare.
Si erano conosciuti per caso, l’ispettore ne era certo, non credeva né alla fortuna né al destino.

Via | malasuerte-mariluoliva.tumblr.com

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