L’età dei mediocri (e non solo…)

“La mediocrazia” di Alain Deneault e “Trump. Saggio filosofico sul predominio degli stronzi” di Aaron James pongono l’accento sull’irresistibile ascesa degli individui privi di talento

GRAND RAPIDS, MI - DECEMBER 9: President-elect Donald Trump looks on during a rally at the DeltaPlex Arena, December 9, 2016 in Grand Rapids, Michigan. President-elect Donald Trump is continuing his victory tour across the country. (Photo by Drew Angerer/Getty Images)

Com’è stato possibile che così tanti mediocri riuscissero a ricoprire così tanti incarichi di rilievo? Che cosa è successo per far sì che venisse instaurata la “mediocrazia” in ogni ambito della vita umana?

“La mediocrazia” di Alain Deneault


A questi due quesiti tenta di rispondere un libro uscito all’inizio dell’anno per i tipi di Neri Pozza, La mediocrazia di Alain Deneualt. Secondo il filosofo canadese “non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere”.

La trattazione di Deneault è una sorta di genealogia di questo evento che tocca campi differenti – dalla politica (affidata ormai al «centrismo» dei mediocri) all’economia, al sistema dell’educazione, alla stessa vita sociale – offrendo differenti modulazioni di questa forma di potere.

mediocrazia.jpg Per Deneault l’avvento della mediocrazia è impensabile senza l’avvento dell’industrializzazione del lavoro – sia manuale che intellettuale – e, in particolare, della sua espressione ultima, quella “Corporate Religion”, quella religione d’impresa che pretende, nella nostra epoca, di “unificare tutto” sotto la sua egida.

Oggi il termine “mediocrazia” designa standard professionali, protocolli di ricerca, processi di verifica attraverso i quali la religione d’impresa organizza il suo culto, quell’ordine grazie al quale “i mestieri cedono il posto a una serie di funzioni, le pratiche a precise tecniche, la competenza all’esecuzione pura e semplice”. È il risultato di un lungo percorso che è cominciato quando il lavoro è diventato “forza-lavoro”, un’esecuzione, appunto, in virtù della quale è divenuto possibile “preparare i pasti in una lavorazione a catena senza essere nemmeno capaci di cucinare in casa propria, esporre al telefono ai clienti alcune direttive aziendali senza sapere di cosa si sta parlando, vendere libri e giornali senza neppure sfogliarli”.

Per affacciarsi alla vita pubblica in ogni sua forma (diventare un parlamentare oppure un preside di facoltà universitaria) non occorre altro che occupare “il punto di mezzo, il centro, il momento medio elevato a programma” e abbracciare nozioni feticcio quali “provvedimenti equilibrati”, “giusto centro” o “compromesso”. Insomma, essere perfettamente, impeccabilmente mediocri.

“Trump. Saggio filosofico sul predominio degli stronzi” di Aaron James


Ma solo i mediocri hanno successo? No. Il risultato delle elezioni del novembre 2016 negli Stati Uniti d’America ci dice che anche un'altra pessima categoria può riuscire a farsi strada ai vertici della politica: quella degli “stronzi”. Forte del clamore suscitato da Stronzi. Un saggio filosofico, Rizzoli replica con un altro saggio che si propone, sin dal titolo, come la sua ideale continuazione: Assholes: A Theory of Donald Trump, tradotto in italiano Trump. Saggio filosofico sul predominio degli stronzi.

trump-aaron-james.jpg Il filosofo Aaron James si lancia brillantemente in un’ardua impresa ontologica: partendo dall’esempio concreto del presidente Trump, considerato come lo stronzo per antonomasia, ne descrive le caratteristiche distintive e l’impatto sulla società per tentare di rispondere alla questione più spinosa: perché la tipologia sta dilagando e come affrontarla.

Con acume, humor e rigoroso metodo filosofico risponde a tutte le domande che ci siamo sempre posti: come si diventa stronzi di successo? E soprattutto: come possiamo difenderci senza meritare a nostra volta l’etichetta?

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