"I limoni", Eugenio Montale: testo, metrica e analisi

Composta tra il 1921 e il 1922 è una delle liriche più note degli Ossi di seppia

Psevdas, CYPRUS:  A Greek Cypriot woman holds a regular lemon next to huge lemons growing on a tree in her garden in the village of Psevdas, some 30 kms southeast of the Cypriot capital Nicosia, 06 April 2006. The lemons, which have been organically grown without any chemical additives according to the family, range in diameter from 10 to 20 cm (about four to eight inches) and weigh between 1.5 to 2.5 kilos. AFP PHOTO/LAURA BOUSHNAK  (Photo credit should read LAURA BOUSHNAK/AFP/Getty Images)


I limoni

è una delle poesie più note dell’intero corpus poetico di Eugenio Montale. È stata scritta fra il 1921 e il 1922 ed è inclusa nella raccolta Ossi di seppia, pubblicata nel 1925 da Piero Gobetti.

I limoni: testo


Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.

I limoni: metrica


La poesia si articola in quattro strofe di lunghezza variabile (dai dieci ai quindici versi liberamente rimati, perlopiù endecasillabi e settenari, anche doppi) ricche di assonanze e consonanze.

I limoni: analisi e interpretazione


Come altre poesie contenute nella raccolta Ossi di seppia (in particolar modo Non chiederci la parola che squadri da ogni lato), anche I limoni è una sorta di indicazione di poetica. Vicina alla sensibilità del crepuscolarismo (che celebra la quotidianità e “le buone cose di pessimo gusto”), la poesia di Montale si oppone ai poeti laureati, quindi alla retorica dannunziana) e invece delle piante della tradizione poetica quali “bossi”, “ligustri” e “acanti” celebra i limoni.

Questa immagine ha una potenza epifanica in grado di rivelare il “punto morto del mondo” e “l’anello che non tiene” ovverosia il senso profondo delle cose. Se non è possibile trovare la verità assoluta è quantomeno possibile raggiungere una delle verità possibili.

L’epilogo con la sinestesia delle “trombe d’oro della solarità” è l’immagine contrapposta al rigore dell'inverno e rivelatrice di una possibile felicità.

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