“Tempo senza scelte”, Paolo Di Paolo

Nel saggio, edito da Einaudi, Di Paolo esplora lo spazio della scelta, del dubbio etico e della costruzione di sé come individui

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Con Tempo senza scelte lo scrittore Paolo Di Paolo si interroga sui bivi dell’esistenza, sulle decisioni che definiscono il “contenuto della personalità”. Lo fa con un libro breve ma densissimo che non ha paura di mescolare (per chi ama le categorie) l’alto e il basso, mettendo insieme nella stessa frase Zerocalcare e Hans Magnus Enzensberger, facendo interagire sulla scena di questo saggio colto e rapsodico scrittori, intellettuali e personaggi d’invenzione.

Secondo Di Paolo in un passato non troppo lontano – quello dei nostri nonni e bisnonni – il tempo delle scelte “era dettato da un orologio della Storia pressante, impazzito. Il fronte della vita cosiddetta pubblica era stato, per tre generazioni, quello bellico; sulla vita pubblica ne piombavano le macerie”. Pressati dalla guerra, dal totalitarismo e dalle istituzioni, i “giovani temerari” Piero Gobetti, Federico García Lorca e Hans e Sophie Scholl sceglievano precocemente da quale parte stare. Erano scelte radicali, talvolta fatali. E oggi invece? Il nostro è, come ipotizza Di Paolo, un tempo privo di scelte?

È vero viviamo in tempo di crisi, ma nell’occidente pacifico degli ultimi settant’anni “le scelte non sono state mai davanti a un crepaccio, mai su un burrone”.

tempo-senza-scelte-di-paolo.jpg Di Paolo si interroga poi sulle scelte degli scrittori, su quell’impegno che è stato progressivamente annacquato, dalla società dello spettacolo prima, dalla sua nefasta evoluzione digitale dopo. Agli intellettuali viene chiesto di occuparsi degli argomenti delle loro narrazioni e della loro saggistica, di non andare oltre l’etichetta che la società ha imposto loro. In un contesto caratterizzato dal sovraccarico informativo e dall’opinionismo endemico essere un intellettuale contro diventa, quindi, sempre più difficile. In Italia spesso la responsabilità è degli intellettuali stessi che “cercando di competere con Crozza o con Spinoza.it, piantati su un terreno che non è il loro, temendo di apparire ‘pesanti’, hanno annegato nel cazzeggio qualunque spessore”.

Altrove non è così. Martin Amis muove la sua personale “guerra contro i cliché”, Michel Houellebecq disturba ma scuote, Mario Vargas Llosa attacca Trump, Don DeLillo parla dell’obbligo morale di pensare la propria letteratura come un contropotere. Al ruolo guida degli intellettuali Di Paolo continua a credere:

“uno scrittore può ancora lavorare per il presente e non solo per sé stesso: se alimenta dubbi e non certezze, se fa valere la specificità, non solo emotiva, di un’esperienza del mondo, del proprio sguardo, asciutto, malinconicamente onesto, non ideologico”.

L’esortazione all’impegno vale per tutti, non solo per gli scrittori. Nell’epilogo Di Paolo sottolinea il gap fra la rappresentazione che gli individui danno di sé sui social e quello che sono nell’intimità, invita a prendere le distanze dal narcisismo digitale che degenera in fanatismo, a “scegliere di essere per qualcosa, e non contro. Scegliendo, recuperare un po’ di sincerità, anche goffa, e forse un po’ di purezza”.

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