Il ruolo sociale dell’intellettuale

Pubblicato nel 1994, il saggio “Dire la verità” di Edward W. Said assume un particolare valore nell’attuale dibattito su identità e interculturalità

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Qual è il ruolo dell’intellettuale nella società? Quali sono o quali dovrebbero essere le motivazioni che ne guidano l’attività? Quali i compromessi da evitare e le prese di posizione da assumere per poter cambiare le cose? A queste e a molte altre domande risponde con lucidità e lungimiranza Dire la verità, saggio di Edward W. Said pubblicato nel 1994 e riproposto da Feltrinelli in edizione economica per il decennale della morte dello studioso.

Palestinese, esiliato da adolescente in Egitto e poi negli Stati Uniti, Edward W. Said è noto soprattutto per il saggio Orientalismo nel quale ha analizzato gli stereotipi con i quali l’Occidente ha letto l’Oriente. In Dire la verità lo studioso raccoglie sei conferenze nelle quali definisce l’intellettuale come un outsider, un contestatore, un esiliato e un dilettante.

dire-la-verita-said.jpg Secondo Said l’intellettuale è soggetto alle pressioni del potere e delle istituzioni, ma anche della sua lingua madre e della cultura nella quale è inserito. Il suo dovere è quello di tentare con tutte le proprie forze di raggiungere una relativa indipendenza da questi condizionamenti.

Questa ricerca dell’indipendenza lo conduce verso “una condizione di solitudine, è vero, ma sempre migliore di una tolleranza servile di fronte alle cose quali si danno e mostrano”. Premesso che la politica è ovunque e che, come sosteneva Genet, nel momento in cui si scrive un saggio si assume inevitabilmente un ruolo politico, secondo Said un intellettuale deve innanzitutto considerare le questioni in termini globali e non limitatamente al proprio contesto socio-politico. Analizzare le questioni geopolitiche utilizzando il “noi” e il “loro” è, per Said, qualcosa di più di un semplice vizio di forma: l’attualità e la forza del saggio si rivelano principalmente nella demolizione degli stereotipi identitari e del ragionare considerando il gruppo o la nazione come “un’entità naturale o stabilita da Dio” quando, invece, è “un oggetto costruito, fabbricato pezzo per pezzo, talora addirittura inventato”.

L’intellettuale è, quindi, colui che si autoesilia per dire la verità al potere, prende le distanze dallo status quo e porta il dibattito oltre i confini. Egli è un dilettante nel senso più positivo del termine: la sua attività è alimentata dalla passione e dalla responsabilità anziché dal profitto e dall’egoismo.

Mentre il mondo e il mercato premiano la specializzazione, Said va controcorrente e valorizza l’eclettismo nella convinzione che

“arrendersi alla specializzazione sia una forma di pigrizia, un modo per cavarsela a buon mercato facendo ciò che altri ti dicono di fare, poiché, in fin dei conti, quella è la cosa in cui sei bravo”.

Nella visione estremamente lucida di Said anche la specializzazione è una pressione esercitata sulla società, dall’istruzione al mondo delle professioni:

“L’esperto deve essere certificato tale dalle autorità competenti, che impartiscono anche precise istruzioni in merito al linguaggio corretto da usare, alle fonti giuste da citare, alle delimitazioni da rispettare. Tanto più questo si verifica quanto più il campo di sapere è particolarmente delicato e/o redditizio”.

Per adempiere al proprio ruolo, insomma, l’intellettuale deve porsi in perenne movimento, rifiutare lo status quo, dissentire, farsi incarnazione di un’idea, di una visione del mondo e della difesa dei più deboli. E dire la verità al potere è una delle strade da percorrere.

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