Premio Nobel Letteratura, i vincitori che lo rifiutarono

“The answer, my friend, is blowin’ in the wind”, cantava nel 1963 Bob Dylan, il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura di questo 2016 ormai quasi al termine.

Forse, a questo punto, bisognerebbe davvero cercarla nel vento la risposta. La sua risposta all’Accademia di Svezia, se ha gradito o meno tale onorificenza e se ha intenzione di andarla a ritirare o rifiutarla, come fece ad esempio Jean Paule Sartre nel 1964, un anno dopo “Blowing in the Wind”, per capire che aria tirava all’epoca.

Eppure, superate ormai le 72 ore dall’annuncio, del signor Zimmerman non si hanno ancora tracce. L’Accademia Svedese infatti non è riuscita ancora a mettersi in diretto contatto con il cantautore americano -  "Abbiamo parlato con l'agente e con il manager dei suo tour di concerti, ma non direttamente da lui", ha detto il cancelliere dell'Accademia Odd Zschiedrich – e molti iniziano a sospettare di aver puntato sul cavallo sbagliato, che Dylan rifiuterà il premio  o che forse – peggio – non si degnerà nemmeno di una telefonata che giustifichi o meno la sua azione, come ipotizza Bob Neuwirth, storico collega e amico, sulle colonne del “Washington Post”.

Ma quanti sono, dal 1901 ad oggi, i personaggi che si sono rifiutati di ritirare il premio Nobel per la Letteratura? Fatta eccezione dell’autore di “Hurricane”, “Ain’t me babe” e molti altri brani, sul quale al momento mettiamo un punto interrogativo, soltanto altri due autori non si recarono a Stoccolma. Il primo fu Boris Pasternak, nel 1958, poeta e scrittore russo nonché autore de “Il dottor Živago”. Qui, più che rifiuto, fu una sorta di obbligo da parte del KGB a non presentarsi alla premiazione. “Sono immensamente riconoscente, toccato, orgoglioso, attonito, imbarazzato”, scrisse Pasternak all’Accademia qualche giorno prima della cerimonia, ma il premio non mai ritirato, perché il poeta venne minacciato e perseguitato dai servizi segreti russi, circostanze che lo costrinsero a declinare l’invito per motivi di ostilità nel suo Paese, facendolo morire due anni dopo in povertà.

Il secondo niet, lo abbiamo già detto, fu del filosofo, scrittore e attivista politico francese Jean Paul Sartre, nel 1964, suscitando non poco scandalo in Francia e in tutto il mondo: non appena seppe della sua candidatura, inviò una lettera al comitato di selezione svedese pregandolo di non includere il suo nome nella lista dei possibili vincitori, ma quella lettera arrivò con un mese di ritardo.

Non era un’allergia ai premi, ma una scelta ideologica e politica ben precisa: con i suoi scritti Sartre era diventato il simbolo della lotta sociale, della ribellione, dell’anticonformismo e antimperialismo americano. Sostenitore del Partito comunista francese, aveva anche intrapreso una lotta radicale a favore della causa nazionalista anticolonialista algerina.

Così il 23 ottobre 1964 giorno dopo la sua proclamazione, scrisse questo:

“Le ragioni per cui ho rinunciato al premio non riguardano l’Accademia svedese, né il premio Nobel in sé, come ho spiegato nella mia lettera all’Accademia dove ho richiamato due tipi di motivazioni: personali e obiettive.
Le ragioni personali sono le seguenti: il mio rifiuto non è un atto di improvvisazione. Ho sempre declinato gli onori ufficiali. Quando nel Dopoguerra, nel 1945, mi è stata proposta la Legione d’Onore, ho rifiutato malgrado avessi degli amici al governo. Ugualmente non ho mai desiderato entrare al Collège de France, come mi è stato suggerito da qualche amico. (…) Lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in un’istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli, come in questo caso.
Le mie ragioni obiettive sono le seguenti: la sola lotta possibile sul fronte della cultura, in questo momento, è quella per la coesistenza pacifica di due culture, quella dell’est e quella dell’ovest. Non voglio dire che bisogna abbracciarsi – so bene che il confrontarsi di queste due culture prende necessariamente la forma di un conflitto – ma che la coesistenza deve avvenire tra gli uomini e tra le culture, senza l’intervento delle
istituzioni. (…) Le mie simpatie si rivolgono innegabilmente verso il socialismo e a ciò che viene chiamato il blocco dell’est, ma io sono nato e sono stato allevato in una famiglia borghese. Spero tuttavia, sia chiaro, che “vinca il migliore”: cioè il socialismo.
Questo è il motivo per cui io non posso accettare le onorificenze conferite dalle alte istanze culturali, sia all’ovest che all’est, anche se capisco con chiarezza la loro ragione di esistere. Anche se tutte le mie simpatie sono dalla parte dei socialisti sarei incapace di accettare, per esempio, il premio Lenin se qualcuno me lo volesse dare, ma non è questo il caso. Durante la guerra d’Algeria, quando abbiamo firmato il “Manifesto dei 212″, avrei accettato il premio con riconoscenza perché non avrebbe onorato solo me ma la libertà per cui si lottava. Ma questo non è successo, ed è solo alla fine della guerra che mi si è assegnato il premio”.

 

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