Storia del denaro, Alan Pauls

Debiti mai saldati, investimenti insensati, prestiti e operazioni clandestini: un romanzo sull’ossessione del denaro firmato dal più talentuoso scrittore argentino vivente

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L’argentino Alan Pauls è considerato da molti come uno dei più grandi scrittori sudamericani viventi. Come Storia del pianto (pubblicato da Fazi nel 2009) e Storia dei capelli (uscito da Sur nel 2012), Storia del denaro concentra la narrazione su di una ossessione, questa volta quella dei suoi protagonisti per la moneta, per il guadagno, per il pagamento cash e per lo sperpero. Così come il protagonista di Storia dei capelli viveva con l’obiettivo di trovare il barbiere in grado di rendere la propria capigliatura un’opera d’arte, la voce narrante ripercorre il proprio rapporto e quello della propria famiglia con il denaro.

Debiti mai saldati, investimenti “bestiali” e senza senso, prestiti non tracciati, operazioni clandestine e trasferimenti sottobanco. Le pagine in cui Pauls racconta come il suo protagonista prenda coscienza del valore del denaro sono semplicemente prodigiose. È il giorno in cui lui e suo padre devono raggiungere una località di villeggiatura e, persa la corriera, prendono un taxi per percorrere oltre 100 km. La spesa, naturalmente, è esosa:

Sa, comunque, che è la prima grossa somma di denaro di cui abbia consapevolezza, o la prima volta che ha consapevolezza del fatto che il denaro può essere una grossa somma. Fino ad allora il denaro per lui è qualcosa di piccolo e portatile, una tra le cose, solo toccata da una specie di bacchetta magica molto arcaica – così arcaica che i pochi che l’hanno vista in azione sono morti -, che le dà la capacità di appropriarsi della altre cose, di mangiarsele, come i pezzi degli scacchi con i pezzi avversari e viceversa, cosa che scopre poco dopo davanti a una scacchiera, nella sala da pranzo dell’albergo dei croati che sogna correndo in taxi a Villa Gesell.

Pauls è uno scrittore che pretende molto da se stesso, questo per regalare un’esperienza unica al lettore. È un autore generoso, capace di prendersi sulle spalle il peso della narrazione e lasciare al lettore il divertimento, il piacere di una lettura che lascia il segno senza astrusi macchiavellismi. In sintesi: leggere Pauls è semplice anche se quello che racconta è estremamente complesso.

Dopo aver preso come Stella Polare un argomento, su quella costrizione contenutistica, Pauls crea la propria sbalorditiva tessitura narrativa. Il talento e l’ironia alleggeriscono tutto, le pagine volano via e il libro finisce in men che non si dica.

Invenzioni, molte. Saggezze, tante. Soprattutto riguardo all’ossessione che governa l’intera narrazione:

parlano di soldi solo quelli che non ne hanno: quelli che li avevano e li hanno persi e quelli che non li hanno fatti in un bel modo; vale a dire tutti quelli che li hanno fatti e basta, quelli che li hanno fatti invece di ereditarli.

E ancora:

Si crede che, una volta posato l’ultimo battiscopa, montata l’ultima plafoniera, girata l’ultima vite dell’ultima maniglia, sia tutto finito: che la casa smetta di avanzare richieste e venga il turno degli altri, delle persone che la abiteranno. Dopo la Bestia, sua madre non tollererà più di sentire ripetere una simile falsità. È l’esatto contrario. È quand’è finita che una casa che comincia a vivere, a chiedere, a reclamare. È lì che si rivela la sua natura viva, animale. Ma a quel punto è già troppo tardi.

Il padre giocatore e la madre scialacquatrice sono le due figure di riferimento del protagonista chiamato a riportare l’equilibrio in situazioni che ribaltano il normale rapporto padre-figlio:

A lui non è toccato fare soldi come a suo padre, né ereditarli, come a sua madre. Di tutte le missioni possibili, a lui tocca quella di saldare, di ripianare i debiti.

Quasi una fatica di Sisifo la sua, un’eterna rincorsa fra il dare e l’avere, dall’infanzia all’età adulta, fino al sorprendente epilogo.

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