Come potevamo noi cantare?

La difficoltà di far ridere i nostri figli mentre il mondo cambia.

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Non si fa più a tempo. Non si fa più a tempo a riprendersi dallo shock, dalla tristezza, dal dolore che si ripiomba in una nuova tragedia e noi a fare i conti con il dovere di essere genitori e di rendere la vita leggera ai nostri figli. Ci hanno insegnato così, ci hanno programmati per fare in modo che i nostri figli possano giocare, studiare, crescere lentamente. Molto lentamente, a riparo dal dolore e dalla fatica. Il più possibile.

E invece no.

Tutto quello che sembrava bello e sereno fino a ieri, oggi non lo è più. Nelle loro menti di bambini non è più serena l’immagine dell’aeroporto di Bruxelles dove ci siamo fermati un anno fa per spezzare un lungo viaggio. Non è tranquillo il lungomare di Nizza raccontato da mamma e immaginato come possibile prossima meta. Non è più piacevole ricordare lo scalo ad Istanbul che il mio figlio undicenne ha fatto insieme ad un gruppo di giurati di Giffoni sette mesi fa. Non sono più sicuri che quest’estate possa essere una buona idea viaggiare in treno. Non pensano più che il mare sia bello per tutti.

Le loro domande, anche quelle silenziose, ci tormentano e non sappiamo più cosa rispondere, cosa fare, come comportarci, cosa spiegare, quali ragioni trovare per ridare loro tranquillità e la forza di vivere senza paura. Una paura che credevamo non potesse far parte del nostro mondo e tanto meno del loro. Adesso è qui e dobbiamo farci i conti. Adesso è qui, ma possiamo permetterle di cancellare tutto il resto?

Ieri era una notte di vigilia per i miei figli e per altre migliaia di ragazzi che si preparavano a vivere il festival di Giffoni con quell’allegria e quell’energia che solo la loro età è capace di dare. Stamattina il risveglio è stato doloroso e triste. Genitori attaccati ai telegiornali, genitori lontani che avrebbero preferito i figli a casa al sicuro, genitori che si rimboccano le maniche e preparano una colazione più dolce del solito.

Cos’altro si può fare?

Non puoi rinchiuderli in casa impedendo loro di vivere. Non puoi continuare ad avere gli occhi sempre gonfi e immergerli in un’atmosfera di lutto continuo. E non puoi far finta di niente. Non puoi ignorare i fatti e renderli ciechi e sordi. Perché ti hanno insegnato che la conoscenza, del mondo e dell’altro, è l’unica chiave possibile per un futuro migliore. E tu ci credi ancora. Ci vuoi credere. Ci devi credere. Per te e per loro.

Allora dopo colazione li prepari con le loro magliette da giurato nuove fiammanti, li imbottisci di inutili raccomandazioni e li porti fuori. Nel mondo. Un mondo che improvvisamente sembra tutto sotto casa, nel quale dovranno fare i conti con la tristezza dei ragazzi francesi, riabbracciare gli amici del Qatar, imparare nuove parolacce americane, mangiare dolci tunisini, ballare danze indiane, inviare cuori a ragazze svedesi sempre troppo alte per poterle sorprendere con un bacio.

Tu rimani un po’ di più a guardarli mentre si allontanano e si immergono nella folla che silenziosamente ricorda le vittime di ieri, che ha dovuto mescolare lacrime e risate, paura e desiderio di vita. Li guardi e dentro la preghiera che il loro viaggio di scoperta possa essere una pausa di serenità dentro il caos che ci circonda. Per i tuoi figli. Per tutti i figli.

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