Maturità 2016: tema di attualità sul significato del "confine"

Le indiscrezioni pubblicate da Corriere e Repubblica sono state confermate: per la traccia dedicata all’attualità, gli studenti sono chiamati a commentare un brano di Piero Zanini sul significato del "confine".

La traccia

“Il confine indica un limite comune, una separazione tra spazi contigui; è anche un modo per stabilire in via pacifica il diritto di proprietà di ognuno in un territorio conteso. La frontiera rappresenta invece la fine della terra, il limite ultimo oltre il quale avventurarsi significava andare al di là della superstizione, contro il volere degli dei, oltre il giusto e il consentito, verso l’inconoscibile che ne avrebbe scatenato l’invidia. Varcare la frontiera, significava inoltrarsi dentro un territorio fatto di terre aspre, dure, difficili, abitato da mostri pericolosi contro cui dover combattere. Vuol dire uscire da uno spazio familiare, conosciuto rassicurante, ed entrare in quello dell’incertezza. Questo passaggio, oltrepassare la frontiera, muta anche il carattere di un individuo: al di là di essa si diventa stranieri, emigranti, diversi per gli altri ma talvolta anche per se stessi”

Piero Zanini, Significati del confine – I limiti naturali, storici, mentali – Edizioni scolastiche Mondadori, Milano, 1997

A partire dalla citazione che apre ampie considerazioni sul significato etimologico-simbolico del termine “confine”, il candidato rifletta, sulla base dei suoi studi e delle sue conoscenze e letture, sul concetto di confine: confini naturali, “muri” e reticolati, la costruzione dei confini nella storia recente, l’attraversamento dei confini, le guerre per i confini e le guerre sui confini, i confini superati e i confini affermati.

La traccia svolta

In tempi recenti il tema dei confini, della loro difesa e del loro superamento, ha guadagnato a più riprese la ribalta mediatica. La crisi economica globale, associata alle crisi ambientali e idriche e ai conflitti che ne sono la diretta conseguenza, ha spinto centinaia di migliaia di migranti verso l’Europa, chi attraverso il Mediterraneo, chi attraverso la rotta balcanica.

Il tema della difesa dei confini è diventato vitale per la propaganda della destra italiana ed europea, molti governi – pensiamo all’Ungheria di Orban – hanno costruito o minacciato di costruire muri per arginare il flusso di migranti economici e profughi politici provenienti da Asia e Africa.

Dopo il crollo del muro di Berlino sembrava che il Vecchio Continente si fosse ormai liberato dalla costruzione di barriere e confini artificiali, ma la Storia ha presentato il conto, con un secolo di ritardo, all’Europa colonizzatrice.

Chi scappa dalla Libia e dalla Siria, dalla Somalia e dall’Egitto, scappa da nazioni i cui confini sono stati tracciati dagli occidentali: proprio cent’anni fa, il 16 maggio 1916, il francese François Georges-Picot e il britannico Mark Sykes si accordarono segretamente per definire le sfere di influenza di Francia e Regno Unito in Medio Oriente. In territori caratterizzati da un’unita linguistica e da marcate differenze di ordine religioso ed etnico, gli occidentali tracciarono dei confini rettilinei dando vita a nazioni “artificiali”.

Ora che le popolazioni fuggono dai conflitti e da situazioni di scarsità idrica e alimentare, solo una parte minoritaria dell’Occidente sembra essere disponibile a farsi carico delle emergenze umanitarie che dilaniano vaste regioni di Africa e Asia.

Il paradosso della nostra civiltà virtualmente iperconnessa è quello di costruire muri invece di ponti, di innalzare confini artificiali fra persone che occupano spazi prossimi. Succede al confine fra Stati Uniti e Messico, dove i narcos scavano tunnel per far arrivare la droga in Texas, Nuovo Messico e Arizona. Succede in Cisgiordania dove Israele costringe a condizioni di vita disumane gli abitanti della striscia di Gaza. Da decenni un muro divide le due Coree, così come un muro divide il Sahara occidentale e il Marocco.

Ma il potere disegna confini e innalza muri anche nelle stesse città. Succede in a Rio de Janeiro, per esempio, dove i quartieri residenziali vengono isolati dalle favelas, impedendo agli abitanti di queste ultime di penetrare nelle zone dei benestanti brasiliani. Nuovi confini vogliono essere tracciati dagli autonomisti: quelli fiamminghi e valloni che vogliono un Belgio diviso, quelli catalani che vogliono separarsi dalla Spagna, quelli scozzesi che vogliono uscire dal Regno Unito.

I muri e i confini diventano lo spazio nel quale affermare la propria identità, spesso andandola a cercare nella negazione dell’altro. Hic sunt leones scrivevano gli antichi sulle loro mappe, identificando i territori oltreconfine come selvaggi e inabitabili, popolati solamente per animali selvatici. Una certa narrazione urlata dalle tribune televisive e dai social network sembra fare piazza pulita delle lezioni dell’Illuminismo sulla comprensione dell’altro e sul relativismo culturale. I confini, quelli disegnati dall’uomo e non dalla natura, tornano a essere di moda, così come i muri, anche laddove, appunto, ci si aspetterebbero ponti.

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