"Lettere a Francesca", le parole di Enzo Tortora dal carcere

Le missive che il presentatore televisivo scrisse alla compagna sono state raccolte in un libro

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Durante i sette mesi di detenzione dall'arresto il 23 giugno 1983 il presentatore televisivo Enzo Tortora, accusato di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico da alcuni pregiudicati, scrisse numerose lettere alla compagna Francesca Scopelliti.

Missive raccolte in un libro: "Lettere a Francesca", pubblicato da Pacini Editore.

Su Il Giornale ne troviamo alcuni estratti, pubblicati su La Repubblica:

"È stato atroce, Francesca. Uno schianto che non si può dire. Ancora oggi, a sei giorni dall’arresto, chiuso in questa cella 16 bis, con altri cinque disperati, non so capacitarmi, trovare un perché. Trovo solo un muro di follia. Mi verrebbe da ridere, amore, se la cella non fosse vera, le manette autentiche, le notizie emesse sul serio. È come se mi avessero accusato di avere ucciso mia madre, e dicessero di averne le prove"

"Sto pensando di chiedere il cambio di cittadinanza. Questo Paese non è più il mio"

"Non mi parlare della Rai, della stampa, del giornalismo italiano. È merda pura. A parte pochissime eccezioni mi hanno crocifisso, linciato, sono iene. Sai, non esco a fare l’ora d’aria perché i tetti sono pieni di fotoreporters"

"Il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere. Su delazioni di pazzi criminali"

Tortora fu poi rilasciato il 17 gennaio 1984.

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