I racconti, Daniele Del Giudice

In un libro edito da Einaudi tutti i racconti di uno degli scrittori italiani più stimati a livello internazionale

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Come ricorda la quarta di copertina de I racconti, negli anni Ottanta e Novanta, ogni volta che usciva un libro di Daniele Del Giudice “era un evento per critici e lettori”. Dopo lo sbalorditivo esordio de Lo Stadio di Wimbledon (1983) e la conferma di Atlante occidentale (1985), in molti videro nella precisione della sua scrittura e nell’attenzione del suo sguardo un ideale passaggio di testimone con Italo Calvino.

I racconti usciti da Einaudi, con introduzione a cura di Tiziano Scarpa, consentono di conoscere o di ritrovare (per chi ne abbia già apprezzate le forme lunghe) lo scrittore nella dimensione della forma breve. La precisione della scrittura e la padronanza dei lessici più differenti che caratterizzano il suo stile, i rapporti osmotici fra arte, letteratura e scienze, i tentativi di “mappare” la contemporaneità e di risolverne le complessità che costituiscono il suo principale nucleo contenutistico, si ritrovano anche nelle forme brevi del racconto.

La sensazione che si ha leggendo un libro di Del Giudice è quella di una concentrazione estrema, di un controllo totale del mondo che viene creato nella finzione e che sembra sfidare “fuori casa” gli specialisti delle scienze e delle tecniche. Del Giudice, insomma, è ciò che di più lontano si può immaginare dagli scrittori “ombelicali” che tanto vanno di moda nei quartieri alti delle classifiche di vendita.

Sono l’umiltà e la curiosità nell’approccio al reale a fare di Del Giudice uno scrittore di eccellenza, non solo in campo nazionale. Senza umiltà e senza curiosità non si può essere grandi scrittori, né si può essere grandi artisti.

È la curiosità, per esempio, a muovere il protagonista de Il museo di Reims che ha intrapreso un viaggio verso la cecità, ma che vuole trattenere nella sua mente più bellezza possibile prima di piombare nel buio assoluto:

È da quando ho saputo che sarei diventato cieco che ho cominciato ad amare la pittura. Forse amare non è la parola giusta, perché nelle mie condizioni è difficile provare un sentimento verso qualcosa fuori, e poi perché le mie condizioni già non mi permettono di vedere più bene, e dunque non posso dire che cosa amo, se i quadri che vado a cercare nei musei, o questo stesso andare e cercare, fin quando la vista non calerà del tutto.

È la curiosità che fa scivolare verso il delitto il protagonista de L’orecchio assoluto, un racconto a tinte noir, ma in cui il noir è solo un pretesto. Perché l’unico genere a cui appartiene Del Giudice è il genere Del Giudice.

I racconti proposti nell’omonima raccolta abbracciano un arco temporale di circa tre decenni ed è interessante scoprire come lo scrittore guardi (a metà degli anni Novanta) alla nascita e allo sviluppo del web in Evil Live o come anticipi di uno o due decenni la deriva trash dei media con “Com’è adesso!”, dove si immagina un programma televisivo in cui vengono riesumate le salme dei vip e i concorrenti da casa sono chiamati, dopo averne visto il volto decomposto, a indovinare di chi si tratti:

Una foto da far circolare in migliaia di copie, in milioni di copie, in centinaia di pagine di giornale, in centinaia di istanti via etere. Ma la foto di un cadavere è sconveniente, disse il Sig.***, con una leggera incertezza. No, perché? Dissi io. Non una foto col flash che appiattisce e drammatizza, no una foto a colori morbida, piena di chiaroscuri, una foto che tolga ogni scabrosità, una bella foto proprio, un po’ flou, leggermente velata, un velo che dia un sentimento quasi metafisico della morte e del tempo, insomma una foto d’arte. Arte e cultura!

einaudi-del-giudice-racconti.jpg Il racconto è degli anni Novanta, ribadiamo. L’intuizione di Del Giudice è straordinaria e profetica, basta assistere a quello che avviene sui social ogni volta che muore una personalità famosa, alla passione necrofila che il pubblico esprime al cospetto delle morti di vip, meglio se giovani o di mezza età. Vent’anni fa Del Giudice aveva già intuito dove i media sarebbero andati a parare nella loro necessità di alzare inarrestabilmente l’asticella del visibile e del rappresentabile.

Sempre, costantemente, Del Giudice sfida i confini del linguaggio e pratica al massimo livello possibile l’arte della descrizione. “Fitness” delle emozioni nel ritratto è un racconto paradigmatico: vengono descritte le espressioni assunte da un modello durante una posa, lo scrittore cita dettagliatamente le tensioni dei vari muscoli facciali con una padronanza da chirurgo maxillo facciale. In Di legno e di tela si abbandona alla passione (ricorrente in molti suoi libri) per il volo.

E nell’epilogo ci spiega che

C’è una terribile legge per cui i giocattoli con cui si fantastica da bambini non corrispondono alle cose che troveremo nel nostro mondo da adulti. Per anni ci si prepara con modellini di oggetti reali a guidare automobili e locomotive e aeroplani che quando si è grandi non esistono più. Cresciamo in ritardo, siamo sempre in ritardo. Nel Novecento la memoria, più che in ogni altra epoca, è stata affidata agli oggetti, e al loro diventare rapidamente obsoleti.

Leggendo questa frase viene in mente, per assonanza, un passaggio di un libro scritto da Del Giudice una ventina d’anni fa, Staccando l’ombra da terra:

Io, come aeroplano, appartenevo al secolo delle traduzioni in cose, il secolo più realistico che mai si sia visto, un secolo che solidificava le fantasie in oggetti (e più tardi, superando se stesso, sarebbe diventato il secolo della sparizione delle cose, sostituite dalla loro immagine). Per ogni mito inevaso della storia, per ogni sogno o semplice narrazione fantastica, prima o poi si riusciva a costruirne l’oggetto che ad essi corrispondeva perfettamente, l’oggetto fisico capace di realizzarli sul serio, sebbene in modo molto più faticoso, macchinoso e impacciato.

Personalmente non conosco scrittore italiano che abbia saputo descrivere il mondo in cui viviamo con parole migliori di queste. Il fatto, poi, che siano una preveggenza vecchia di vent’anni ci fa capire perché Ian McEwan e Emmanuel Carrère indichino in Del Giudice l’autore italiano con il quale confrontarsi.

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