"Prigionieri dell'Islam", di Lilli Gruber

Viaggio nell'Islam in Italia, l'ultima inchiesta della giornalista e conduttrice

ROME, ITALY - OCTOBER 16: Lilli Gruber walks the red carpet for 'Truth' during the 10th Rome Film Fest at Auditorium Parco Della Musica on October 16, 2015 in Rome, Italy. (Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

“Prigionieri dell’Islam”, ultima inchiesta di Lilli Gruber, è un libro che dal titolo ha tutto l’aspetto di voler puntare il dito contro l’Islam, un po’come i libri di Oriana Fallaci. E invece l’inchiesta si pone lo scopo di scardinare il pensiero comune, sottolineando che se si è arrivati a quello che quotidianamente assistiamo, è anche per “colpa” dell’Occidente, così incapace talvolta di ascoltare.

Per la scrittrice, conduttrice e giornalista, si  parte da questo presupposto: l’islam è qui, è presente nella nostra società ed è qui per restare. Ma quale islam? Da questa domanda si sdoppia il viaggio di Lilli Gruber, uno all’interno delle realtà italiane, cercando di capire quanto la società islamica sia integrata nel nostro tessuto sociale; l’altra in Medioriente. Un viaggio necessario, da fare perché è attraverso la conoscenza e la comprensione dell’Altro che si possono superare stereotipi e pregiudizi e disinnescare la bomba dell’odio.

E’ quanto scritto nell’introduzione:

“L’islam ci fa paura. Per i fanatici che in suo nome seminano morte nel mondo, e perché è la religione dominante nell’ondata migratoria da cui l’Europa teme di venire sommersa. Di questa paura e dei nostri pregiudizi siamo prigionieri, così come lo sono gli stessi musulmani, spesso ostaggio di un’interpretazione retrograda del Corano. È possibile aprire un discorso comune sulle regole e sui valori? E cosa ci aspetta in un futuro in cui l’islam avrà un ruolo sempre più importante, anche in Italia? Sono domande che mettono in gioco la nostra identità, a partire dalle conquiste fondamentali e più minacciate: i diritti e la libertà delle donne, su cui si misura il progresso di una società”.

Il viaggio, dunque, come unico strumento di conoscenza e consapevolezza: si parte dal porto di Augusta, presidio permanente dove approdano i migranti in fuga da fame e guerre, si passa per la periferia romana, nucleo della propaganda estremista, si incontrano le donne dell’Islam e la loro necessità di rivendicare il velo. E ancora Imam, agenti segreti e italiane convertite.  Si viaggia in Siraq, luogo di nascita dell’Isis, e nell’Iran riconciliato. Per scoprire che dietro lo “scontro di civiltà” si nasconde un grande inganno. E che l’unica arma da brandire è quella della disobbedienza, per difendere uno spazio comune di dialogo e di libertà.

 

 

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