Lo scrittore nell’era del digitale

Secondo Frédéric Martel il digitale impone una trasformazione del ruolo degli scrittori nella società

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Frédéric Martel è uno dei più acuti e documentati sociologi della comunicazione in circolazione: i suoi saggi Mainstream (Feltrinelli, 2010) e Smart (Feltrinelli, 2015) sono due pilastri di un approccio moderno e anticonformista ai cultural studies. Una delle particolarità dello studioso francese è la sua estraneità all’idea del “topo di biblioteca”: tanto per fare un esempio, il suo ultimo libro Smart è il frutto di interviste e incontri in una cinquantina di Paesi. I suoi approfondimenti, dunque, si leggono come un reportage e sono tanto illuminanti quanto anti-accademici.

Anche lo studio Lo scrittore sociale. La condizione dello scrittore nell’era digitale che Martel ha presentato a Milano qualche settimana fa propone interessanti prospettive sulle trasformazioni necessarie affinché la professione dello scrittore non scompaia travolta dall’avvento delle tecnologie digitali.

Secondo Martel è necessario che gli scrittori diventino imprenditori di se stessi e smettano di delegare al proprio editore il loro posizionamento sul mercato editoriale. Col diffondersi dell’abbonamento illimitato a piattaforme con migliaia di testi come Kindle Unlimited, i lettori avranno accesso ad ampie biblioteche con migliaia di testi ed è evidente che una volta ampliati il bacino d’utenza e l’offerta gli scrittori difficilmente riusciranno a guadagnare dalla pubblicazione delle loro opere. A parte gli autori di bestseller internazionali, per la maggior parte degli scrittori Martel prospetta un ritorno al XIX secolo, vale a dire all’epoca in cui l’editoria non era ancora diventata un’industria in grado di sostenere scrittori professionisti e, quindi, le uniche possibilità per sostenersi erano le “sponsorizzazioni” dei mecenati oppure i nobili natali e le rendite familiari.

Cosa fare, quindi? Martel sostiene che gli scrittori che sostengono, con la loro presenza a titolo gratuito, festival ed eventi letterari debbano iniziare a essere pagati, cosa che attualmente avviene solamente per i big. Pensiamoci bene: un autore noto che tenga una lectio magistralis di scrittura creativa fornisce al proprio uditorio nozioni preziose che valgono quanto se non più di quelle impartite nei corsi analoghi tenuti da misconosciuti docenti. Perché le seconde sono pagate e le prime no?

Altra questione importante è quella della percentuale sui diritti d’autore. Nella filiera del libro nessuno guadagna poco come l’autore. Attualmente in Italia i diritti d’autore sono compresi fra il 7% e il 18%, ma secondo Martel dovrebbero essere almeno del 25%. Per non parlare degli autori di ebook che potrebbero chiedere molto di più visto che il libro digitale annulla sia i costi di stampa che quelli della distribuzione “fisica”.

Secondo Martel si pubblica troppo: in Francia la produzione editoriale è stabile, mentre la tiratura mediamente si è dimezzata, conseguentemente i guadagni degli autori diminuiscono. Urgono nuovi modelli di business per evitare che il mestiere dello scrittore torni a essere un’esclusiva delle élite. D’altronde anche il mondo della musica ha saputo riconvertirsi: in passato si viveva delle vendite dei dischi, oggi i cantanti guadagnano soprattutto con i live e con le pubblicità presenti sui loro account Youtube. Lo stesso dicasi per il cinema che ha saputo superare brillantemente le problematiche connesse alla distribuzione pirata. Gli scrittori devono riuscire a trovare nuove formule per continuare a scrivere in maniera professionale e con una remunerazione adeguata ai propri sforzi. Il rischio che molti libri non vengano più scritti è anche il rischio che molte realtà non vengano più raccontate o, peggio, che la realtà venga raccontata solo ed esclusivamente dalle élite.

“In futuro, i diritti d'autore saranno solo una parte molto limitata dei redditi di uno scrittore. Lo scrittore diventerà un performer e la scrittura scivolerà verso lo spettacolo” spiega Martel che aggiunge come lo scrittore debba

“imparare a promuoversi e ad accompagnare l'uscita dei suoi libri con un insieme di attività che lo trasformano un piccolo imprenditore di se stesso capace di declinare il proprio marchio in molti modi. Tutto questo lavoro deve però trovare un modello economico: tutti devono partecipare al finanziamento degli autori, anche i festival letterari, le librerie, le manifestazioni culturali in senso lato. Le sovvenzioni pubbliche non devono servire solo a pagare i compensi dei presidenti delle associazioni”.

Un importante anello di questa catena sono le librerie la cui sopravvivenza è strettamente connessa alla capacità di diventare “veri e propri centri culturali”. E in questa riconversione, secondo Martel, bisognerà seguire con attenzione fenomeni come quello dei booktubers (che attirano le nuove generazioni che leggono sugli smartphone) o delle poesie su Instagram, senza alcuna preclusione per quei canali che possono incentivare la lettura presso le giovani generazioni.

Via | Repubblica | L’écrivain “social”

Foto | Youtube

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