Il potere dei dati di Davide Ludovisi

Un libro per conoscere una delle nuove frontiere del giornalismo

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Il potere dei dati di Davide Ludovisi parla del data journalism, di un giornalismo che si basa sull’elaborazione dei dati e che parte dall’interpretazione di statistiche per dare la propria descrizione dei fatti e della realtà. In questo interessante saggio pubblicato di recente da effequ, il giornalista affronta un tema che in Italia fa ancora molta fatica a trovare spazio nei cataloghi degli editori, ancora troppo vincolati all’idea di un’informazione di serie A cartacea e un’informazione di serie B online.

In apertura del suo lavoro Ludovisi intervista Philip Meyer, il pioniere dell’uso del computer e delle ricerche sociologiche nel lavoro giornalistico. Il “guru” statunitense spiega che

“tutto il giornalismo usa i dati. Il mio contributo è stato dimostrare, iniziando nel 1967, che il giornalismo poteva usare gli strumenti delle scienze sociali per reperire e analizzare i dati sull’attualità al posto di aspettare che lo facessero altri, cercando di interpretare i loro report”.

Un saggio sul data journalism non può che fare i conti con lo stato dell’arte nel giornalismo tout court. Se nel mondo anglosassone la specificità del data mining e del precision journalism viene valorizzata, in Italia siamo in una fase embrionale. Come dice il direttore de Il Post, Luca Sofri, il livello piuttosto basso del giornalismo italiano è “un’opportunità, se si vuole fare data journalism. Se si vuole uno stipendio, un ostacolo”. Il problema dell’informazione che insegue i click, il volume al posto del valore, è un filo rosso che percorre sottotraccia tutto il saggio di Ludovisi.

Alle interviste agli esperti, Ludovisi alterna capitoli che forniscono un’interessante introduzione agli open data sui quali costruire le proprie inchieste, agli strumenti (per la maggior parte gratuiti) che i giornalisti possono utilizzare per valorizzare graficamente il loro lavoro sui dati, e, ai modelli di data journalism in giro per il mondo. Ovviamente una delle evidenze è il divario che separa il giornalismo italiano dalle esperienze del mondo anglosassone dove molti giornalisti vivono grazie al data mining e al precision journalism.
Nell’epilogo del suo libro, Ludovisi invita alla cautela e a non abbandonarsi all’idolatria dei numeri:

L’informazione basata sui dati ha un impatto notevole. Un numero in quanto tale, ha una forza intrinseca spesso maggiore delle parole , forse perché percepiamo quella cifra come il risultato di calcoli, indagini statistiche precise. I numeri, la matematica, riportando direttamente al concetto di precisione, e un grafico, che magari fa vedere l’andamento del fenomeno, è di immediata comprensione e facilmente comparabile con altri fattori. Maneggiare i dati per informare, quindi, implica una presa di coscienze del potere che si ha tra le mani; è un po’ come possedere un’automobile: è utilissima, può portare lontano, ma se non la si sa guidare può far del male, molto male,

spiega l’autore. Quindi va bene fare giornalismo con i dati, ma occorre maneggiarli con cautela. E l’auspicio con cui si chiude il saggio è che il data journalism cresca in modo tale da poter smettere di usare questo termine e chiamarlo solamente giornalismo.

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