Professione traduttore: intervista a Davide Sapienza

Booksblog ha intervistato Davide Sapienza, traduttore di Jack London, Barry Lopez, John Trudell e di numerosi libri su artisti del mondo del rock, per capire cosa significa trasporre il mondo di uno scrittore in una lingua diversa dall'originale

Nell’epoca di Google Translate e della traduzione algoritmica, con tutti i paradossi e le imprevedibilità che i risultati della macchina comportano, noi di Booksblog abbiamo intervistato Davide Sapienza, giornalista, scrittore e traduttore con un curriculum ormai trentennale di trasposizioni di romanzi, raccolte poetiche e di racconti e saggi dal mondo anglofono alla nostra lingua. Lo abbiamo fatto per approfondire un tema poco sondato del mondo editoriale, quello, appunto, dei professionisti che si fanno mediatori di un testo, facendolo conoscere al pubblico italiano oppure dandogli una nuova anima rispetto a precedenti versioni nella nostra lingua.

Perché una traduzione – come ci spiega Sapienza nelle risposte che seguono – non è soltanto una pura e semplice intermediazione linguistica, ma un lavoro che include la conoscenza del contesto e dell’autore, di epoche, luoghi e mondi interiori. Tutte “conquiste” alle quali nessun algoritmo, per perfetto che possa diventare, potrà mai aspirare.

La scrittura d’invenzione “in proprio” e la traduzione di un autore – ferme restando l’aderenza e la fedeltà al testo originale – sono molto più simili di quanto si possa pensare: anche nella seconda, come ci spiega Davide Sapienza, “la traduzione delle scrittore viene comunque fuori”.

Quali sono le doti di un buon traduttore?

É davvero difficile giudicare. Personalmente ritengo sia fondamentale, per tradurre, conoscere la materia che si traduce, conoscere l'autore, il contesto, tenere presente il periodo in cui un testo è stato scritto, capire se quel testo era già piuttosto moderno nella sua impostazione e a quel punto scegliere se propendere per una leggera pennellata che dia contemporaneità alla scrittura, oppure non toccare nulla. Bisogna, soprattutto, tenere conto dei lettori ai quali si rivolgerà la traduzione, senza mai snaturare il testo per cercare a tutti i costi di appagare l'occhio. Il testo, è sacro.

Quanto conta avere doti di scrittore?

Io come scrittore mi pongo subito la domanda: "come reagirei io davanti a un mio testo tradotto?". Questo, ti pone subito in una condizione di empatia. Inoltre ho una storia particolare. Ho iniziato traducendo canzoni di gruppi rock famosi (il primo libro al mondo degli U2, per Arcana Editrice, gennaio 1985) e contemporaneamente scrivendo da giornalista musicale, senza trascurare la mia traduzione poetica. Per queste ragioni, credo, ho sempre avuto una predilizione, spesso osteggiata in fase di "redazione" alla fedeltà assoluta al testo, anche nell'uso di frasi idiomatiche. Io mi domandavo sempre, e chiedevo ai redattori, "ma se noi non traduciamo alcune frasi idiomatiche per quel che sono, non trasmettiamo a sufficienza sulla cultura di origine del testo." Sono scelte difficili, sempre e comunque.

Quali sono i limiti della fedeltà al testo e quali i “tradimenti” che ci si possono permettere nel rapporto con il testo che si sta traducendo?

La fedeltà al testo è come il sesso degli angeli. Lo dimostra il fatto che a persone diverse piace o meno una traduzione e non conta se queste persone conoscono la lingua o il testo originale: gli arriva oppure non gli arriva. Alcuni testi possono travolgerti anche se tu avevi deciso di non farti travolgere, loro lo fanno lo stesso. Ecco perché considero fondamentale il lavoro in fase di redazione: non per trovare sponda nel lavoro della casa editrice, ma perché il confronto e la visuale esterna aiuta a migliorare la traduzione, in alcuni passaggi, visto che tutti dobbiamo essere al servizio del testo e del lettore. Io mentre traduco non penso "sono uno scrittore, ora ci metto la zampata d'autore". La traduzione dello scrittore viene comunque fuori perché, nel mio caso, io non sono un traduttore classico: non traduco perché qualcuno mi paga, ma traduco perché scelgo io cosa tradurre. Dicendo no, a cose che non mi interessano, magari perché non le conosco e dunque non mi sentirei all'altezza del compito, temendo di tradire il "mondo" dell'autrice o dell'autore che va tradotto. Il traduttore-traduttore bravo, invece, ha doti uniche, sa essere pronto a tutto.

Com’è iniziata la sua attività? Quali sono stati i principali ostacoli durante il suo primo lavoro di traduzione?

Ho iniziato a tradurre canzoni rock che sono difficili per ragioni diverse dal testo letterario. Ero ventenne, parliamo del 1984. Poi ho tradotto poesia di poeti nativi americani, Lance Henson e John Trudell. Quindi, nel 2006, il mio primo London, "Preparare un fuoco". Lì d'autore c'era il mio statement, ovvero, "To build a fire" non è "fare" un fuoco, ma "preparare" perché, basta leggere il racconto, tutto quel testo si incentra sulla linea tra la vita e la morte determinata dalla riuscita di questa operazione: la "preparazione" del fuoco. Guarda caso, da lì in avanti si è iniziato a considerarlo così, come ha fatto Marco Paolini per il suo spettacolo "Ballata di uomini e cani". Ne scrissi tempo fa sul blog Zanichelli. Peraltro ho trovato traduzioni d'autore di grandi editori veramente discutibili. Ma ripeto, non detengo la verità. Nel caso di Jack London o di Barry Lopez, ritengo di conoscere bene gli autori (quest'ultimo è anche un amico, un maestro, mi confronto con lui) e di poterli affrontare. Per un Lopez, l'editore ha voluto "normalizzarlo", è stata un'esperienza avvilente. Non così per "Una geografia profonda". Ma di Lopez ritengo che la traduzione di "Sogni artici" a cura di Roberta Rambelli sia una pietra miliare e l'ho sempre detto a Barry. Difficile è stato tradurre Poe, "Le avventure di Gordon Pym", che pure avevo studiato approfonditamente all'università, è un testo folle. Cambia almeno cinque registri. E' stato molto impegnativo, almeno quando "Il vagabondo delle stelle" di London, uscito da Feltrinelli nel settembre 2015.



Lei ha tradotto molti libri di Jack London. Cosa cambia quando si matura una familiarità con il linguaggio di un singolo scrittore? Rappresenta un vantaggio per il traduttore?

Con Jack London c'è un rapporto davvero particolare e magari può apparire esagerato se affermo, "privilegiato". Questo anche grazie all'aiuto di personaggi importanti come Earle Labor, che mi hanno sempre aiutato a capire il contesto generale dei testi affrontati. E' difficile spiegarlo: ma quando affronto un suo testo, percepisco, so dov'era, so cosa pensava, so cosa aveva in mente, so dove voleva arrivare, so cosa voleva dire. L'apprezzamento, espresso anche pubblicamente di recente da Goffredo Fofi che mi considera, attualmente, la persona che sta dando una svolta al lavoro su London, sono stimoli e mi fanno sentire responsabile anche verso tutte quelle persone che mi scrivono, tanti studenti universitari che preparano tesi su di lui o il pubblico che viene a vedere il mio spettacolo "Il richiamo di Zanna Bianca", dove ho manipolato molto i due classici, e chissà se Jack sarebbe d'accordo o no. Ma il successo di questa performance mi dice che forse gli sarebbe piaciuto. Perché ormai la familiarità è forte. A volte troppo. E allora serve allontanarsi per un pò.

Come ci si rapporta alle espressioni tipiche del mondo anglofono che non hanno un corrispettivo in italiano?

Esistono vari modi: uno è quello di utilizzare le note. Se un'espressione è davvero bella e si decide di lasciarla in "traduzione letterale" a me piace. Permette di spiegare la storia di una frase idiomatica, dunque di offrire al lettore informazioni preziose, curiose, che contestualizzano molto la vita e le scelte di un autore come London, per esempio. Nel mio caso, va ricordato che io sono anche sempre responsabile della curatela dei volumi tradotti. Cosa che impegna molto e assorbe tante energie, ma che è preziosissima per la traduzione. Un altro modo è quello di mettere il corrispettivo italiano. "In the nick of time" ad esempio: significa "appena in tempo", "all'ultimo secondo". Però è molto bello vedere come in inglese "nick", che sta per "tacca" ovvero una cosa piccola, sia stato accostato a un concetto enorme come il tempo. Ovviamente tradurre "nella tacca del tempo" apparirebbe fuori luogo. Ma sarebbe bello dare ai lettori delle note che spieghino queste cose. In questi casi, generalmente (parlo per me), amo confrontarmi con l'editor, la redattrice, per arrivare al risultato migliore.

Alcuni scrittori del passato sostenevano che ogni scrittore dovrebbe tradurre almeno un grande scrittore per prepararsi a un’opera propria. Cosa c’è di vero in questa tesi?

Non è obbligatorio, ma ovviamente aiuta. Tradurre un grande romanzo significa partecipare a ritroso alla sua costruzione. Significa entrare nella fibra stessa della scrittura di un autore, significa sentirlo vicino, immaginare le sue scelte narrative, perché sceglie un vocabolo piuttosto che un altro, una frase breve invece di una lunga, una sospensione oppure un rimando. Ma bisogna anche capire cosa si intende per scrittura. Per me scrivere significa sperimentare forme nuove e magari fallire. Se tradurre un grande romanzo significa semplicemente andare "a scuola di scrittura", allora sono poco eccitato dall'idea. Se invece significa capire che il grande romanzo che stai traducendo quando fu pubblicato venne addirittura sbeffeggiato, come fu per "Moby Dick" (uscito nel 1851 e ridicolizzato dalla critica, fu riscoperto solo nel 1924), ma ora viene considerato un classico, allora ti può incoraggiare a tentare strade nuove differenti, non soporifere. Questa è la mia personale strada: andare dove nessuno è andato, perché scrivere è un'esplorazione universale e senza confini.

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