I cronofagi di Jean-Paul Galibert

Nel saggio pubblicato da Stampa Alternativa una prospettiva inedita sull’ipercapitalismo contemporaneo

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I cronofagi si nutrono del nostro tempo. Sempre. Ovunque. Incondizionatamente. L’economia altro non è che una tirannia che si misura con il tempo che il capitale ci sottrae nella forma più evidente, dichiarata e normata (anche se sempre meno) del lavoro, oppure nell’altro modo quello meno evidente, più ambiguo e informale: con la colonizzazione del nostro tempo libero. È questa la tesi alla base de I cronofagi. I 7 principi dell’ipercapitalismo, il saggio del filosofo Jean-Paul Galibert uscito di recente per Stampa Alternativa.

La prospettiva attraverso la quale il filosofo francese analizza la realtà mette al centro del dibattito il tempo, perché è questo – non il denaro – la vera ricchezza che muove i destini del mondo. Partendo da una prospettiva marxista, Galibert la adegua a un contesto in cui l’ipercapitalismo (o iperliberismo che dir si voglia) si è imposto come unica ideologia.

Evidanza della merce


Il primo principio dell’ipercapitalismo è quello che lui chiama “evidanza della merce” cioè la strategia secondo la quale è possibile ridurre “la percentuale di essere di una merce mantenendo il suo valore a condizione che la quantità di lavoro eliminata sia sostituita da una quantità equivalente di lavoro dell’immaginazione”. Galibert introduce quattro concetti per rendere più comprensibile la sua tesi:
1) il concetto di antivolume, la parte di imballaggio che espande illusoriamente la grandezza effettiva di un prodotto (la custodia del dvd, la confezione dei giochi di società, un pacco di biscotti);
2) il concetto di antipeso, la quota di componenti estranei all’essenza del prodotto venduto (per esempio il succo d’arancia che è solamente il 6% di ciò che viene venduto come succo d’arancia);
3) il concetto di antiuso, la quota supplementare che il consumatore deve pagare perpetuamente per poter assicurare il funzionamento di ciò che ha acquistato (l’assistenza telefonica a pagamento);
4) il concetto di antiprezzo, lo scarto tra il prezzo conveniente di acquisto e il gigantesco prezzo d’uso di un dato apparecchio (set di cartucce di inchiostro o cavi di connessione che costano più del prodotto di cui sono accessori, pile che costano più del giocattolo che alimentano).

Redditività del reale


Il secondo principio dell’ipercapitalismo è quello della “redditività del reale”. Secondo Galibert la redditività è, allo stesso tempo, totalitaria e cronofaga, poiché

“ogni produzione di un tempo capitale esige la soppressione di un tempo di esistenza. Tocca a noi diventare tempi commestibili. (…) I cronofagi sono i vampiri del nostro tempo. Siamo tutti invitati al grande festino del tempo, ma gli uni saranno i convitati, gli altri il pasto”.

Iniquità dello scambio


Ne consegue il terzo principio, quello dell’“iniquità dello scambio”. L’ipercapitalismo si basa su di uno scambio iniquo in cui il soggetto che nutre i cronofagi deve

“sempre essere una quantità di tempo disponibile per la cronofagia e una quantità di denaro disponibile per l’ipercapitalismo. (…) Nell’ideale di doppia disponibilità, l’uomo diventa un doppio giacimento di denaro e di tempo da prelevare senza limiti, ma è necessario che si stabilisca un rapporto di equivalenza tra il tempo di cui lo si priva e il denaro di cui lo si alleggerisce”.

Secondo Galibert

“per evitare il malcontento generato da un’ingiustizia, basta istituire una seconda ingiustizia che sia abbastanza equivalente alla prima per poter essere presa per una sua riparazione. La seconda ingiustizia viene allora vissuta e desiderata come un ristabilimento della giustizia, tanto da rendere la prima ingiustizia accettabile”.

Come si configura tutto ciò nella realtà? Semplice, stabilendo un’equivalenza fra il tempo del lavoro (produzione) e il tempo libero (consumo). In altre parole i cronofagi si prendono il nostro tempo durante il lavoro e, successivamente, lo cannibalizzano anche nel tempo libero, prendendosi sia un tempo reale, sia il valore in denaro del nostro tempo di lavoro.
Se ne conclude che in questo scambio iniquo

“l’essenziale è che lo sfruttamento del tempo libero possa apparire come la giusta ricompensa dello sfruttamento del lavoro. Infatti, tutti coloro che sono sfruttati al lavoro vorranno essere sfruttati come consumatori”.

Piacenza del consumatore


Il quarto principio è chiamato da Galibert “piacenza del consumatore” e chiama in causa il rapporto fra consumatore e l’oggetto del desiderio, nella sua dimensione immaginativa. Nel momento in cui il consumatore inizia ad amare ciò che immagina accetta di dare sia il lavoro che il denaro e diventa esso stesso veicolo pubblicitario.

Iperlavoro dell’immagine


Il quinto principio è l’“iperlavoro dell’immagine”, cioè un lavoro fatto dal consumatore che è perfettamente quantificabile. Il giusto prezzo di un oggetto è la sommatoria del lavoro classico necessario alla produzione dell’oggetto e del tempo di lavoro immaginario necessario per incrementarne il valore. Ne consegue che:

“Il lavoratore dell’immaginazione paga sempre due volte, e per niente, il valore del suo lavoro al beneficiario: una prima volta aggiungendo valore a una merce attraverso un lavoro d’immaginazione; e una seconda, pagando il giusto prezzo del lavoro dell’immaginazione nel prezzo di acquisto della merce”.

Quando acquistiamo una scarpa sportiva che all’ingresso costa 35 euro al doppio del suo prezzo paghiamo un surplus creato dalla nostra immaginazione: per Galibert questa immaginazione è frutto di un tempo di lavoro. Quindi, paradossalmente, quando acquistiamo un prodotto che si regge sul proprio brand, noi “lavoriamo e poi paghiamo a colui per il quale lavoriamo il giusto prezzo del nostro lavoro”. Secondo l’autore, “il lavoro dell’immaginazione sfiora l’atto di fede, visto che le marche riescono a captare a loro profitto l’energia e il tempo che in altri tempi si concentravano sulle icone o sulle reliquie”.

cronofagi-galibert.jpg Come ha sottolineato Naomi Klein in No logo, alle grandi aziende non resta che delegare la produzione ad altri e concentrarsi sul marketing e sulla costruzione dell’immagine e dell’immaginario del brand.

Evanescenza del virtuale


Il sesto principio è l’“evanescenza del virtuale” che trova il suo esempio più pregnante nella carta di credito, strumento che non solo vende l’illusione della gratuità (non vedendo il denaro contante ci illudiamo di non spendere), ma la monetizza persino (oltre a pagare, si paga una commissione per pagare).

Specularità del capitale


Settimo e ultimo principio dell’ipercapitalismo è la “specularità del capitale” ovvero la caratteristica più perversa dell’ipercapitalismo che, nell’ultimo quindicennio, ha portato Paesi e istituti di credito alla bancarotta, quella secondo cui le perdite attuali vengono viste come garanzie di guadagni futuri. Galibert osserva come questa logica capovolga il concetto di redditività in un processo di triplice autodistruzione: 1) dell’impiego, 2) del proprio patrimonio immobiliare, 3) delle proprie fabbriche. Quello che resta è un’impresa “immaginaria” e a questo tipo d’impresa interessa solamente avere una marca famosa. Sarà sufficiente quella a mantenere in vita e a far prolificare la ricchezza dei cronofagi.

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