La chimera-Facebook in un saggio di Julien Azam

Nel saggio edito da Stampa Alternativa vengono smascherati i lati oscuri del social network più utilizzato al mondo

Cinque libri su Facebook in occasione del suo decimo compleanno

Non va certo per il sottile Julien Azam quando parla dei social network e, in modo particolare, del più noto fra questi nel saggio Facebook. Anatomia di una chimera, uscito di recente per Stampa Alternativa.

Sin dall’introduzione Azam mette in chiaro la sua posizione nei confronti della “creatura” di Mark Zuckerberg, “una patologia che affligge la società moderna” e la cui analisi non può prescindere da una critica più ampia alla società nella quale i social network sono iscritti.

Dopo una premessa “a uso di quelli che sono antiquati, disconnessi e inadatti al mondo attuale”, Azam ci spiega perché quello che sembra essere un servizio gratuito non lo è: i dati che gli utenti forniscono a Facebook sono una merce preziosissima e nel momento in cui bypassiamo l’informativa che ci permette di accedere ai suoi servizi (il cui tempo di lettura è più lungo di quello necessario per la Costituzione degli Stati Uniti) diamo al social network la possibilità di utilizzare a scopi commerciali le nostre vite, con un catalogo che va dalle nostre più grandi passioni alle nostre idiosincrasie, dalle nostre interazioni pubbliche a quelle private.

“Se non stai pagando per qualcosa, non sei tu il cliente; tu sei il prodotto in vendita” ci dice Azam citando Andrew Lewis. Azam smonta pezzo per pezzo il funzionamento del social network e ci mostra, per esempio, come Facebook ambisca ad accentrare tutti i dati degli utenti per facilitarne l’accesso agli altri siti (per esempio permettendo di commentare senza essere registrati, ma soltanto con un log in nel social).

“Facebook pertanto si fa carico dell’identità degli utilizzatori di Internet, e questo è il problema, dal momento che la centralizzazione dei dati di una maggioranza di persone in un solo luogo porta alla megalomania e a derive totalitarie che qualsiasi potere esorbitante, senza contropotere, non manca di generare”.

Facebook reifica la vita dei suoi utenti e, grazie a questa reificazione, la mercifica. L’utente

“pensa che il proprio coinvolgimento narcisistico sul web permetta la sua partecipazione al mondo, quando, in realtà, riflette solo il conformismo dell’utilizzatore che adopera uno strumento pensato da altri per rafforzare lo spettacolo della pseudo-comunicazione”.



Perché pseudo-comunicazione? Perché ognuno dà di se stesso una rappresentazione, aderendo alla “società dello spettacolo” prefigurata da Guy Debord.

“Questa forma di mercificazione dell’esistenza attraverso la sua frammentazione ci permette di ricevere il mondo ‘su misura’ per la soddisfazione dei nostri bisogni e, così facendo, diventa un ‘fantasma del mondo’”.

Facebook riproduce le logiche gerarchiche e verticali della società visto che

“le classi popolari sono le più vulnerabili poiché meno protette, quindi più esposte e più passibili di essere ridicolizzate, non conoscendo ciò che esige l’etichetta”.

Azam smaschera anche il lato più propagandistico del social network di Menlo Park:

“Il sito ha acquisito in meno di dieci anni una potenza tale che il fatto di contestarlo è considerato un atto reazionario”.



Alla luce di questa premessa, il saggista spiega come le primavere arabe siano state “vendute” al pubblico occidentale come movimenti dal basso provocati, in maniera determinante dai social network. È indubbio che Facebook e Twitter abbiano avuto un ruolo importante nella comunicazione fra le entità coinvolte nei movimenti di piazza, ma secondo Azam la loro importanza è stata ingigantita in maniera strumentale dal potere e “proclamare che si tratti di una rivoluzione Facebook è confondere la volontà dei rivoluzionari con un supporto mediale”.

In sostanza,

“si tratta ovviamente di un processo contro-rivoluzionario che serve a sostenere una rivoluzione contro regimi arretrati, mettendosi la coscienza a posto, spiegando che è stata possibile solo grazie alla tecnica dei regimi capitalisti”.

Com’è stato dimostrato dal Datagate, Facebook è una delle più preziose banche dati al servizio dei servizi di intelligence, dunque del potere che è intrinsecamente reazionario. L’adesione incondizionata degli utenti a questo strumento di confessione pubblica è, dunque, anche una partecipazione inconsapevole al mondo capitalista. A partire dal Secondo Dopoguerra l’industria non si limita “a estorcere il plusvalore in ambito produttivo”, ma “colonizza nuovi settori di mercato, in particolare il settore terziario e più precisamente il tempo libero”. L’alienazione è tracimata dalla sfera produttiva a quella privata e “Facebook ne è uno dei luoghi privilegiati”.

Il saggio di Azam è una lettura stimolante e siamo sicuri che non finirà nella lista di A Year of Books...

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