"Io non taccio", storie di cronisti contro la criminalità organizzata

Edito da CentoAutori, storie di giornalisti-coraggio contro la malavita

NEW YORK, NY - SEPTEMBER 25: Kate O'Brian of Al Jazeera America and journalist Abdullah Elshamy and staff at Al Jazeera America attend 'Journalism Is Not A Crime', a campaign calling for the release of journalists imprisoned in Egypt, at Al Jazeera in New York city. (Photo by Thos Robinson/Getty Images for Al Jazeera America)

Quando si pensa al binomio giornalisti e mafia, o 'ndrangheta o camorra, i primi nomi che vengono in mente sono solitamente quelli più "eclatanti", come Roberto Saviano o Giancarlo Siani, l'uno sotto scorta per difendersi dai Casalesi, l'altro barbaramente ucciso dalla mafia nel 1985.

Eppure le storie di cronisti che quotidianamente combattono la criminalità organizzata a colpi di informazioni, denunce e inchieste sono tanti, tantissimi. Dai grandi quotidiani alle piccole realtà di paese, chi decide di diventare paladino della verità, sa che potrebbe fare i conti con chi non ama questa verità e farsi quindi dei nemici.
Nemici che possono diventare pericolosi quando appartengono alla malavita: persone che non guardano in faccia a nessuno qualora il lavoro giornalistico va ad intralciare i loro affari. E così partono minacce, verbali e fisiche, intimidazioni, aggressioni. E quando il pericolo diventa scottante si chiede - ma non sempre si ottiene -  l'intervento dello Stato, che tutela l'incolumità del giornalista affidandogli una scorta. Con la scorta, la vita del giornalista cambia totalmente perchè si offre, in cambio del diritto di informare, la propria libertà, i propri piaceri, si rinuncia agli affetti, alla quotidianità, ad un'esistenza normale.
Se tanti giornalisti vivono sotto scorta, ce ne sono tanti altri che continuano invece a vivere e a scrivere senza tacere, con la paura che quel servizio possa essere l'ultimo.

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Di questo si parla in "Io non taccio -L'Italia dell'informazione che dà fastidio", all'interno del quale 8 cronisti hanno raccontato la loro vita. Un libro sul giornalismo e sui pericoli che molte volte si possono incontrare se si sceglie di fare questo mestiere senza paura. Otto testimonianze di chi tutti i giorni mette a repentaglio la loro vita per parlare di mafia, di 'ndrangheta, di camorra, 8 storie diverse con un solo obiettivo: quello della cultura della legalità.

Il libro, vincitore a Pescara della sezione cultura del "Premio Borsellino 2015", è arricchito dalla prefazione dell'ex procuratore capo di Napoli, Giovandomenico Lepore, che introduce a otto testimonianze.
C'è quella di Federica Angeli, giornalista de La Repubblica che vive sotto scorta dopo aver subìto minacce per alcune inchieste sulla penetrazione della criminalità organizzata sul litorale laziale e nel Municipio di Ostia.
C'è Giuseppe Baldessarro, anche lui giornalista di Repubblica, continuamente minacciato e querelato per le sue inchieste su 'ndrangheta e politica;  Arnaldo Capezzuto, giornalista e blogger napoletano, che ha subìto intimidazioni per le sue inchieste sui clan della camorra di Forcella. E ancora: Ester Castano, giornalista dell'agenzia La Presse, minacciata per le inchieste sulle infiltrazioni della 'ndrangheta in alcuni Comuni della Lombardia; Marilù Mastrogiovanni, direttrice del web-magazine Il tacco d'Italia, minacciata dopo la pubblicazione di alcuni reportage sul connubio politica-criminalità nel Salento. C'è la rabbia di David Oddone, caporedattore del quotidiano La Tribuna Sammarinese, che ha subìto intimidazioni e pesanti ritorsioni di carattere giudiziario dopo la pubblicazione di alcune inchieste sui rapporti tra il mondo della finanza ed alcuni esponenti della criminalità organizzata nella Repubblica della Rocca; c'è il disagio di Roberta Polese, giornalista e collaboratrice del Corriere del Veneto, minacciata per alcuni articoli su criminalità e politica.

Scrive Lepore nella prefazione:

" Inattesa. Traumatica. Penso alla vita blindata di Federica e di Paolo, al disagio di Roberta, alla coraggiosa solitudine di Marilù, alla rabbia di Arnaldo, Ester e David. Ma anche all'amletica ironia di Giuseppe, giornalista in terra di 'ndrangheta. Ma loro, gli otto autori del libro (non a caso tutti giovani e motivati) hanno avuto coraggio. Quel coraggio di ribellarsi che - parafrasando il dialogo tra don Abbondio e il cardinale Federigo Borromeo - se uno non ha, non lo può certo inventare".
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