Da "capocollo" a "gabagool", lo slang italo-americano del New Jersey

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Ogni lingua ha un proprio dialetto, ma come possiamo definire la mistione di più dialetti insieme in un unico, inconfondibile, slang? Non stiamo parlando di un moderno Esperanto, ma del modo di pronunciare alcune parole nel New Jersey, lo Stato americano che ha accolto, durante il periodo dell'immigrazione, il maggior numero di immigrati, italiani in primis.

"Don't eat gabagool, Grandma", dice Meadow Soprano in uno dei primi episodi de I Soprano, forse la più famosa serie tv che ha fatto conoscere la cultura italo-americana del New Jersey in tutto il mondo. Ma cosa è "gabagool"? Non è Gooble Gobble di Freaks, ma come nel New Jersey chiamano il capocollo. Una mutazione linguistica e di accento che attinge direttamente dall'enorme calderone dei dialetti - meridionali in primis - che generazioni e generazioni di italiani hanno portato lì.

Secondo Fred Gardaphe, professore di studi italo-americani al Queens College, circa l'80 per cento degli italo-americani proveniva dal sud Italia, che dal 1861 in poi sbarcavano  principalmente nel Long Island, New Jersey, Rhode Island, Connecticut, e nei dintorni di Filadelfia, zone economicamente meno care della Grande Mela. Duri a morire, i dialetti sono stati tramandati di padre in figlio, fondendosi allo stesso tempo con l'inglese e creando quindi termini che diventano comprensibili solo all'interno di quella cerchia sociale.

Tante sono le parole, soprattutto appartenenti al mondo della cucina, che assumono un suono strano nel New Jersey: così mozzarella diventa qualcosa come "mutzadell", ricotta diventa “ree-goat”, prosciutto “pruh-zhoot” e così ancora. Le sillabe finali vengono cancellate, così come nei principali dialetti meridionali. Termini che al di fuori del New Jersey o comunque di altre parti degli States non hanno alcun significato e molte volte chi parla - ma questo accade più con gli anziani che con i giovani - non viene compreso nè lì nè tantomeno qui, in Italia, dove nel frattempo molte forme dialettali sono cadute in disuso: "Sono cresciuto parlando inglese e dialetto pugliese della mia famiglia - dice Gardaphe - e quando sono andato in Italia, pochissime persone riuscivano a capirmi, perchè stavo parlando come un uomo di 70 anni, mentre ne avevo solo 26".  Termini che potevano capire solo gli emigrati italiani in quelle zone, e stop.

Eppure esistono ancora tanti italo-americani che utilizzano questo vocabolario, che diventa molte volte spunto comico per tirar su qualche sketch in cui il forte accento e questi neologismi fanno ridere, sì, ma tirano quella linea di demarcazione culturale, neanche tanto invisibile, tra l'americano e il non americano. E poco importa se di nativi americani al 100 per cento ve ne sono rimasti pochissimi e che gli Stati Uniti d'America sono il melting pot per eccellenza di diversi paesi e culture: la gavetta dell'italo-americano, o magari dell'americano nato in America ma con origini italiane, per conquistarsi la stima nella società è ancora impervia. Almeno così pare.

Però. Se la si vede da un altro aspetto, e cioè che gli italiani con questo slang mantengono vivo un dialetto e quindi una cultura e una tradizione che in molte regioni d'Italia sta invece scomparendo beh, allora che gabagool sia.

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