I minori coinvolti

ovvero la guerra dei bambini

Child's hands holding a metal fence

Secondo dati Unicef per il 2014, le guerre in corso nel mondo arabo obbligano 13,7 milioni di bambini a rinunciare alla scuola: i conflitti in Siria, Iraq, Yemen, Libia e Sudan hanno allontanato dalle aule il 40% del totale dei bambini. Ampiamente documentata la distruzione o la trasformazione di numerosi edifici scolastici ma, soprattutto, gli attacchi a studenti ed insegnanti.
15 milioni è il numero di minori coinvolti nelle guerre in corso in Centrafrica, Iraq, Sud Sudan, Palestina, Siria e Ucraina. Se a questi conflitti si aggiungono “conflitti minori”, i milioni di bambini coinvolti diventano 230.
Per coinvolgimento si intende uccisione, ferimento, uccisione della famiglia, rapimento, tortura, reclutamento come soldati, violenza sessuale e vendita.
Questi bambini, coetanei dei nostri figli, rappresentano le future generazioni di una vasta area del mondo e il loro “coinvolgimento” non ha una data di scadenza: quello che stanno vivendo sarà parte di loro.

I ragazzi europei non hanno memoria della Guerra. I loro nonni non hanno memoria della Guerra. Miss Italia non è la sola a non avere una sufficiente conoscenza della seconda Guerra mondiale. La mia generazione, classe 1970, ha avuto almeno la fortuna di conoscere la Guerra non solo attraverso i libri, ma ascoltando, ad esempio, le nostre maestre che l’avevano vissuta: se avevi 46 anni nel 76, avevi 12 anni nel 1942 plausibilmente potevi essere stato “coinvolto” perché l’adolescenza – pigra, beatamente svagata e distratta - non esisteva. Questo permette alla mia generazione di sentire la Guerra come una cosa lontana ma non tanto da non averne un timore ben radicato.

Tuttavia basta spostarsi di poco dall’Europa. Negli anni il mio lavoro mi ha portato oltre i confini, dove lo scenario e le memorie cambino drasticamente.

La prima volta che una giovane libanese mi ha raccontato la sua passione per il cinema nata da ragazzina durante la Guerra, non capivo di cosa stesse parlando. Guerra? Quale Guerra? Oh, quella di cui ad un certo punto raccontava il telegiornale. Solo in quel momento la Guerra in Libano (guerra civile combattuta tra il 1975 e il 1990) è diventata reale, ha acquisito consistenza nell’istante in cui i ragazzi libanesi mi hanno raccontato del medico di famiglia fuggito e ucciso, di famiglie separate, di profughi mai più tornati a casa. Sono stati “minori coinvolti” e la Guerra ritorna costante nelle storie che scrivono, nei loro film, nelle loro fobie e nel loro disgusto per ogni estremismo.

Quando ho chiesto ingenuamente perchè non fosse possibile ospitare una giovanissima attrice di Gaza al festival, mi è stato risposto che in quanto ospite di centro profughi svedese non puó lasciare il paese. Se lo facesse non potrebbe più rientrare. È una ”minore coinvolta”, è lontana dalla terra in cui ha rischiato la morte, di fatto è prigioniera del luogo nel quale le viene garantita la sopravvivenza.

Alla mia domanda sulle motivazioni che avessero portato all’arresto del giovane cugino di una ragazza palestinese che lavorava con noi, mi è stato risposto che non c’è bisogno di un motivo per essere arrestati, picchiati, derisi, rimandati a casa con una croce di David tatuata sulla fronte. E non sono articoli, libri, storie di terza o quarta mano ma storie di madri e sorelle e parenti di “minori coinvolti” che sono stati soccorsi e che ancora vengono assistiti quando le notti vengono rese insonni dalla paura e dalla continua sensazione di pericolo.

Un padre al quale chiedo ignara quando tornerà a casa a riabbracciare la figlia, la splendida bambina di cui continua a parlarmi, mi risponde che forse non la rivedrà mai più dal momento che è siriano e che ha lasciato il paese per non tornarvi, se non al crollo dell’attuale regime, sempre che ció non avvenga per mani ancora più minacciose. La “minore coinvolta” se riuscirà a sopravvivere al conflitto nel suo paese lo farà comunque senza un padre.

La Guerra che conosciamo, in quanto europei e figli di un lungo pacifico dopoguerra, l’abbiamo studiata come un conflitto con una linea precisa: da un lato i buoni, dall’altro i cattivi. La retorica e le omissioni dell’Italia postbellica ci hanno almeno offerto il vantaggio di un’infanzia con un nemico dal volto definito e con la sensazione, anche se sul filo di lana di una dolorosa guerra civile, di essere dalla parte dei buoni.

Oltre i confini d’Europa è molto più complesso prendere posizioni e sentirsi buoni e senza macchia. All’inizio quando cominci ad ascoltare le storie di siriani, libanesi, palestinesi, puoi anche pensare sia una questione di punti di vista, che si tratti di esagerazioni, che tutti i figli siano innocenti secondo le loro madri. Ma quando le voci sono compatte e univoche, quando i numeri sono così schiaccianti, quando le immagini sono così crudeli, come si può pensare che sia giusto?

Come accettare che tutto questo sia originato da una spartizione decisa a tavolino senza tenere realmente conto della realtà dell’area? Come non sentire il peso di scelte che “noi buoni” abbiamo imposto? Come non vedere lo scempio che noi buoni abbiamo compiuto ai danni di paesi sfruttati e impoveriti, economicamente e socialmente, e che sono pertanto incapaci di autogestirsi e di trovare un equilibrio? Come accettare che le vittime di ieri possano trasformarsi nei carnefici di oggi? Come è possibile che applichino sistemi molto simili a quelli che hanno subito? Chi più di un sopravvissuto dovrebbe capire che quanto più schiacci un popolo, tanto più corri il rischio che la violenza che stai coltivando con così tanta cura ti possa esplodere in volto? Come puoi immaginare che tutte le forme di repressione e di controllo che applichi non si risolvano in nuove sanguinose forme di resistenza? Come non comprendere che i “minori coinvolti” saranno domani persone ferite e senza pietà per chi ha “danneggiato” irrimediabilmente la loro infanzia?

Cosa insegnare ai nostri ragazzi? Che dall’orrore non si ricava alcuna lezione? Che non c’è possibilità di redenzione, di pacificazione, di salvezza?

A volte penso che non ci sia niente da imparare dalla Storia.

Altre volte penso che no, non bisogna arrendersi, anzi. Forse bisogna continuare, ancora e meglio, a raccontare non la Storia, ma le storie, quelle delle strade di Gaza, di Damasco, di Kabul, per dare loro voce, corpo, consistenza. Farle proprie per comprenderle e per non trasformare definitivamente in cenere finanche la memoria dei “minori coinvolti”.

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