Piove all’insù, il primo romanzo dell’“incatalogabile” Luca Rastello

Bollati Boringhieri ha ristampato il primo romanzo dell’autore torinese scomparso lo scorso luglio

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La letteratura, come l’arte tutta e come la vita, è fatta di atteggiamenti diversi verso il proprio lavoro e le proprie passioni. C’è chi si sente al sicuro quando padroneggia un argomento, quando viene riconosciuto come un punto di riferimento, uno specialista o un esperto che dir sì voglia. C’è, invece, chi di questo status quo non sa che farsene e preferisce non essere catalogato o non diventare il brand di se stesso. Luca Rastello apparteneva senza dubbio a quest'ultima "famiglia".

Nel bell’incontro organizzato a Portici di carta da Monica Bardi, compagna di una vita, gli amici hanno raccontato le sue molteplici vite: giornalista, scrittore, operatore sociale, viaggiatore, amico, padre, compagno e uomo generoso. Hanno parlato gli amici cresciuti con lui sui banchi del liceo, il regista Daniele Gaglianone, i giornalisti e gli operatori sociali che lo hanno seguito nelle sue molteplici vite e imprese.

“Era uno specialista nel dire ciò che non si può dire, un mix di lucidità e calore” ha detto l’amico Franco Pezzini, suo compagno di banco e di flânerie, aggiungendo che “Luca va ricordato al futuro, non al passato”.

Il collega Giorgio Mombello, compagno sulla “piccola nave pirata” di Narcomafie lo ha definito, per antitesi, come un anti-Saviano e un anti-Baricco, due personaggi lontani anni luce dal suo anticonformismo e dalla sua costante ricerca di nuovi orizzonti. Durante l’incontro è stata ricordata la metafora proposta da Rastello in un incontro pubblico di un anno fa, quella di un eschimese che per salvarsi dallo scioglimento del ghiacciaio e dalle crepe che gli si aprono sotto i piedi inizia a saltare da una lastra all’altra:

“Se l’eschimese vuole salvarsi deve adottare un’ironia: non identificarsi mai con la lastra di ghiaccio sulla quale si trova. Mai. Deve saltare. Sopravvive finché salta, non deve mai stare fermo. Io credo che questo sia un principio che permette anche di essere radicali. Quando io sento la crepa? Quando costruisco un’identità su un linguaggio: se io mi fossilizzo su un’identità - che sia linguistica, di merito o di credenziale morale - sono finito. (…) Quando il linguaggio diventa uno strumento di identificazione e un’identità da spendere c’è una crepa che sta nascendo ed è ora di saltare”.

A questa regola non sfugge Piove all’insù, il primo romanzo di Luca Rastello, pubblicato nel 2006 e ristampato in agosto dalla Bollati Boringhieri, un’opera che, come il suo autore e come il suo protagonista, sembra voler saltare da una lastra di ghiaccio all’altra: dalla dimensione pubblica a quella privata, dal presente al passato, dalla ribellione alla tenerezza.

Piove all’insù è una “specie” di autobiografia, un romanzo di formazione che di sviluppa negli anni Settanta delle ideologie “solide”, in un decennio percorso da fremiti rivoluzionari in cui il giovane protagonista si affaccia alla vita esplorando il sesso e la politica, il lavoro e l’amicizia. Sfondo di questo Bildungsroman è la Torino industriale della Fiat e degli Agnelli, ma anche dei conflitti di classe.

L’esperienza nel mondo si mescola con quella familiare in una narrazione nella quale i piani temporali sono continuamente rimescolati, con una struttura tanto libera quanto lo è la scrittura che la sorregge. Ci sono pagine che fanno rivivere la Torino degli anni Settanta, sembra quasi di respirarne le nebbie, altre, invece, nelle quali l’autore racconta in maniera magistrale la propria famiglia, con i distacchi e i riavvicinamenti di un figlio e dei propri genitori.

In quello che Marco Belpoliti ha definito sull’Espresso come “uno dei più bei libri su quegli anni”, Rastello descrive anche l’inizio della parabola che porterà al tradimento dei valori del decennio dei Settanta:

“Albertino cantava “serietà”, ma la sua non è la serietà delle armi, lui vede cose che nessuno vede, poi non saprà di averle viste così chiare, si dimentica di sé stesso e fra poco si perderà, perché ha visto un grande supermercato con la fila dei carrelli e chilometri quadri di parcheggio: se hai comprato abbastanza, non pagherai la sosta. Ha visto il fondo-pensione, la rottamazione, l’acqua naturale, i messaggini, l’agenzia interinale e l’incentivo all’esodo, le vacanze fai da te, i siti porno, la seduzione dell’Amaretto. Il lavoro si estingue, abbiamo vinto. Quindi i più intelligenti di noi si estinguono. Il mondo nuovo ci somiglia, siamo noi la sostanza del futuro comando, quelli che consumeranno di più perché più infelici, quelli che schiacceranno la testa ad altri, per sopravvivere”.

In poche righe, grazie al suo straordinario talento, Rastello sintetizza mirabilmente la transizione antropologica da lavoratori-produttori a consumatori, il declino post-ideologico che ha portato con sè il declino post-industriale. Quello che resta, più di tutto, è la riproduzione di un mondo ed è questo a fare di Rastello uno degli scrittori italiani contemporanei da ricordare al futuro, come ha giustamente detto il suo amico Pezzini. Ed è molto probabile che in futuro verrà dato a Rastello il posto che merita, quello di un incatalogabile di talento, un intellettuale capace di guardare il mondo e di rimodellarlo non solo con la scrittura, ma anche con il proprio impegno nel sociale.

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