L’enigma Bartleby

Il racconto di Herman Melville è uno dei testi più conosciuti ed enigmatici della letteratura americana

American novelist Herman Melville (1819 - 1891), circa 1850. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

Nei libri che leggiamo ci sono personaggi con i quali si matura una sorta di fratellanza, altri che disprezziamo, altri che avremmo voluto essere, poi ci sono quelli ai quali non vogliamo assomigliare nemmeno in un dettaglio, quelli che ci suscitano pietà, ilarità, diffidenza, commozione. E poi ci sono personaggi che sono punti interrogativi messi di fronte a uno specchio: da una parte le domande dell’autore ai lettori, dall’altra quelle dei lettori all’autore.

Uno dei campioni di questa interrogazione speculare è senza dubbio Bartleby lo scrivano, racconto breve che Herman Melville pubblicò nel 1853, suddiviso in due parti, sulla rivista Putnam’s Magazine, per poi riproporlo tre anni dopo all’interno di The Piazza Tales, la sua unica raccolta di racconti.

Siamo a Wall Street, a metà del XIX secolo. Protagonista di questo racconto è Bartleby, uno scrivano assunto da un avvocato che adempie ai suoi incarichi in modo impeccabile, almeno fino a un certo punto, quando decide di opporre un fermo e inspiegabile rifiuto a qualsiasi richiesta gli venga fatta dal suo datore di lavoro.

“Preferirei di no” è la frase che l’uomo proferisce mandando in crisi le certezze del suo datore di lavoro e scatenando tanto nel co-protagonista che nel lettore una serie di domande. Alle reiterate domande dell’avvocato lo scrivano risponderà sempre di no.

Il fascino di Bartleby lo scrivano è nella capacità di stregare il lettore con un personaggio inerte che non fa, che non dice (o meglio non dice nulla se non “preferirei di no”), che non vuole. Lo scrivano di Wall Street rappresenta l’irrazionalità e il nichilismo, l’ignoto e l’inspiegabile, laddove l’avvocato rappresenta la razionalità e l’apertura verso l’altro.

A forza di venire reiterato, il condizionale si trasforma in un imperativo categorico, in un’opposizione radicale al buon senso e alle convenzioni.

Opera modernissima, scritta un secolo e mezzo fa, ma attualissima, questa storia all’apparenza scarna è ritenuta da molti come anticipatrice della letteratura esistenzialista e dell’assurdo, anche se non ebbe fortuna all’epoca della pubblicazione. Secondo la critica letteraria, Melville anticipa di molti decenni Franz Kafka, in modo particolare Il Processo. Anche Albert Camus lo cita in una lettera come una delle sue principali fonti di ispirazione e non è difficile scorgere una parentela fra il Meursault de Lo straniero e lo scrivano di Bartleby. C’è poi chi, come Enrique Vila-Matas ha voluto esplicitare l’ascendenza melvilliana sin dal titolo: Bartleby e compagnia è uno dei romanzi più noti del pluripremiato scrittore spagnolo.

Dal punto di vista critico, questo racconto lungo ha goduto di grande fortuna, in particolar modo nel Novecento, tanto che nell’ambito della critica letteraria statunitense si è parlato addirittura di “the Bartleby Industry”.

A più di un secolo dal suo inspiegabile rifiuto, lo scrivano di Wall Street continua a farci interrogare, adempiendo al dovere dell’arte: metterci in un labirinto per farci crescere cercandone l’uscita.

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