Gli esami non finiscono mai

sul se sia meglio essere esaminati o esaminare

thinkstockphotos-92374600-1.jpg

I miei esami di terza media sono stati un trauma. Per tutta la loro durata mi svegliavo al mattino e correvo in bagno a vomitare. Poi riuscivo a riprendermi e ad affrontare la giornata, ma con un continuo senso di malessere fisico e un’inquietudine mentale che non mi dava pace. Anche di pomeriggio, se cercavo di dormire un’oretta, non chiudevo occhio, nonostante la stanchezza, e avevo sempre la sensazione di aver dimenticato qualcosa di importante, qualcosa di fondamentale. Allora mi alzavo, più stanca e nauseata di prima, e riprendevo affannata le mie carte che mi sembravano sempre più confuse, sbagliate, tutte da rifare. Ma ormai non c’era tempo per rifare nulla. E l’unica cosa che mi veniva in mente era una poesia di Eduardo “io volesse truvà pace, ma ‘na pace senza morte”.
Eppure a maggio non mi sembrava tutto così terribile. Certo, non credevo sarebbe stata una passeggiata, ma pensavo che sarebbe comunque stata la meritata conclusione di un percorso faticoso. Pensavo che mi sarei sentita piena di energia di fronte a questa ultima “battaglia” e che l’avrei affrontata con la consapevolezza di chi già assapora le vacanze, di chi può chiudere serenamente un ciclo e guardare avanti, con fiducia, verso un futuro più radioso.
E i segnali intorno a me sembravano positivi: tutti questi ragazzi impegnati a ripetere, ad ascoltarsi a vicenda, a immaginare le migliori strategie per superare le prove, soprattutto le più difficili. Insomma un clima in cui mi immergevo volentieri, convinta che sarei stata contagiata da questa positività.
Adesso so che mi illudevo. Adesso so che gli esami di terza media sono qualcosa di terribile e feroce e che sarebbe bene evitarli, darsi per malati, arruolarsi nella legione straniera, insomma tutto piuttosto che ritrovarsi seduti lì, con l’angoscia che ti stringe allo stomaco, un velo di sudore freddo sulla fronte, la sensazione di non sapere più niente, di non aver mai saputo niente, di non aver mai aperto un libro in vita tua, mentre i tuoi studenti ti guardano e aspettano che tu apra la busta delle tracce.
E allora ti chiedi, effettivamente, chi te lo ha fatto fare? Perché passare tanti anni a studiare, a dare esami, a perdere 3 gradi per occhio per studiare di notte (che quando tutti dormono tu ti concentri meglio), a saltare gite al mare, a chiedersi che stanno facendo i tuoi amici mentre tu ti maceri nella lettura, per poi arrivare dall’altra parte della barricata e scoprire che riesci a sentirti peggio dei tuoi studenti?
Non solo.
Odi gli INVALSI più di loro perché i quiz non ti sono mai piaciuti (e ci hai trovato pure un errore con somma, enorme soddisfazione perché quella cosa dell’ordine dei verbi nella frase era palesemente sbagliata nei correttori).
Non capisci perché, dopo un intero anno di prove varie ed eventuali, ci sia ancora bisogno di far fare un ennesimo compito ai tuoi studenti che, necessariamente, non potrà essere molto diverso da quelli fatti nei mesi precedenti, salvo apparizioni della Madonna della Neve o passaggi di fogli dell’ultimo minuto, copiati religiosamente anche quando non si ha la certezza che abbiano un’effettiva connessione con una delle tracce sbucate dalla busta.
Non sai come sia possibile fare delle domande intelligenti o varie o che sortiscano qualche effetto su un gruppo di giovani evidentemente abbronzati che guardano con malcelato disgustoso al tuo pallore e che ammazzano l’attesa organizzando l’ennesima partitella. E allora, con l’occhio da cane abbandonato ai bordi dell’autostrada, guardi le tue colleghe che, pronte e forti dei tanti esami portati a termine con successo, fanno proprio quella domanda che sblocca la situazione, rimette in moto la barca e ti fa arrivare alla fine dell’interrogatorio con un minimo di dignità.
Non comprendi perché si debbano apporre due trecento firme a testa quando ne basterebbe una che attesti definitivamente che tu c’eri e non dormivi: un foglio con una dichiarazione del tipo sono stata testimone di tutto quanto accaduto in questi giorni e attesto che il voto che il candidato si è aggiudicato è proprio questo. Poi si potrebbe aggiungere a penna, a seconda dei casi, un “ahimè” o un “per fortuna”, giusto per dare una nota di colore.

E quando alla fine hai fatto tutto, hai contribuito a scrivere carte per le quali è stato fatto fuori più o meno un bosco e consumato in ordine sparso: un ettolitro di toner per stampanti, 12 bic di diversi colori, 400 minuti telefonici per essere sicuri che al mattino gli studenti si presentino agli esami, 4 Giga di connessioni (per controllare regolamenti delle prove d’esame, ricerche per tracce, mappe concettuali per tesine), due casse d’acqua solo per la gola secca il giorno degli orali, ti siedi è pensi che finalmente, comunque sia andata, è finita.
E invece no.
Se sei una neo immessa, non è finita proprio per niente perché, per una specie di crudele contrappasso, adesso l’esame tocca a te. Sei tu ora che devi chiudere la relazione lasciata a metà e litigare fino a notte fonda con una piattaforma online che più che complessa sembra ottusa, dal momento che trovi più o meno le stesse domande, scritte in maniera leggermente diversa, per una cinquantina di volte. Sta a te, adesso, controllare che tutte le spunte del sistema siano verdi, che tutti gli allegati siano allegati e tutti i documenti documentati. E, senza alcuna pietà, devi risederti davanti alla Preside nella speranza che non ti faccia domande complesse e comprenda il tuo stato d’animo a metà tra il bruco schiacciato da una pera marcia e la balena spiaggiata su un’isola deserta.
E il vomito, sparito per un paio di giorni, ricompare puntuale la mattina della Commissione che, in maniera naturale e freudiana, chiami…Commissione d’Inchiesta (e qui dovete immaginare la voce di Fantozzi).
E così, circondata fortunatamente dalle mie colleghe, mi sistemo con le altre intorno ad un tavolo e attendiamo che la preside ci interroghi.
Cominciano così gli interventi delle altre, dai quali viene fuori la preparazione didattica, l’esperienza del pre-ruolo, la grande capacità di gestire la classe, gli ottimi risultati raggiunti (sia nelle attività curriculari che in quelle extra curriculari, ça va sans dire). E io, intanto, aspettando il mio turno, continuo a chiedermi che potrò mai dire, quali teorie didattiche squadernare, quali grandi successi relazionare, quali attività didattiche portare ad esempio delle mie nuove, forti, indubitabili competenze professionali?
Quando finalmente tocca a me il mio stomaco avrà la grandezza di un oliva nana. E non so che dire. L’unica cosa che mi viene in mente è la verità.
Non c’è teoria, non c’è niente dentro e fuori il curriculum, non ci sono competenze, ci sono solo le lotte per farli scendere dal davanzale troppo ampio e simile ad un comodo divano da bow-window, i quiz per l’individuazione di un complemento oggetto, le spiegazioni dei ragazzi sui fuochi d’artificio comparsi in cielo alle undici del mattino per celebrare un’uscita dal carcere, l’unico libro che gira tra i banchi come un calumet della pace, la mia sola virtù riconosciuta (ovvero l’uso sicuro dell’iphone). Insomma nelle mie parole ci sono solo un cumulo di tentativi e tutto il mio “senso di sconfitta” per destini segnati sui quali non ho la presunzione di aver inciso.
Ed allora che lo stomaco non mi fa più male, adesso ho finito davvero, adesso il cerchio è chiuso, perché le mie colleghe mi fanno gli auguri e ridono con me della mia verità, perché questa verità è anche la loro, perché anche loro hanno avuto - almeno una volta nella vita - uno capace di sostenere, in sede d’esame, che la guerra fredda veniva fatta d’inverno e che “Renzo non può sposare Lucia in chiesa, prussuré, perché lo sanno tutti che è divorziato”.

Vota l'articolo:
4.04 su 5.00 basato su 51 voti.  
  • shares
  • +1
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE DONNA DI BLOGO