Bobuti, maqluba e pumitroccole

bilancio di un anno vissuto pericolosamente

traguardi

Quest’anno - perché il mio anno lavorativo, ancora una volta, comincia a settembre e finisce a luglio - è quasi concluso. Manca poco, la fine è vicina, è nell’aria. Il mare, con il suo odore prepotente e beffardo, si infila ovunque e allora capisci bene che continuare ad insistere è veramente un’impresa disperata. Vorresti solo crollare su un bagnasciuga. Punto. Fuori tutti. Ricreazione.
Viene naturale, a questo punto, ripensare a tutto quello che ho fatto, sfatto, detto, impacchettato, spedito, ricevuto, spacchettato. Ma soprattutto guardo, con una punta di sorpresa, a tutto quello che ho imparato.
Ho imparato che la macchina di mio marito ha in realtà 5 specchietti retrovisori e incredibilmente tutti hanno una funzione e un’utilità! Ho scoperto, grazie alle parole, ai gesti e alla cucina di almeno due donne meravigliose, che se dovessi scegliere un paese dove vivere e trovare degli amici, opterei senza dubbio per il Libano. Ho scoperto che i TIR posso superarli, devo solo avere un po’ di coraggio e andare persino a 100 all’ora. So finalmente cos’è un bobuti sudafricano e un maqluba palestinese, anche se non riuscirò mai a cucinarli.
Ho capito che se una madre non viene mai a scuola ad incontrare gli insegnanti non è necessariamente menefreghista ma può avere altri problemi vari ed eventuali (4 bambini piccoli, un lavoro sfiancante, i domiciliari, 400 euro di sussidio bimestrali, un’altra figlia minorenne in procinto di partorire per la seconda volta). Ho constatato che il mestiere dell’Ambasciatore d’Italia non è poi così divertente perché tutti hanno la tendenza a chiamarlo per qualsiasi fatto losco che abbia un “sapore” vagamente italiano. Ho imparato cos’è una coordinatrice di classe, cos’è una concordata, cos’è un curriculum verticale…e tutto nello stesso giorno!
Ho scoperto che se sei italiana, se sei brava davvero, se sei Laura la regina dell’ospitalità, puoi essere vegetariana e preparare dei menù fantastici a base di carne per il piacere di fare felici i tuoi ospiti. Ho capito finalmente che diavolo sono i BES e, soprattutto, che non c’entrano niente con la PES!
Ho definitivamente archiviato l’idea che all’estero si studi meglio che in Italia e che sarei stata più colta frequentando una costosa scuola privata, perché la mia italianissima e pubblica università mi ha dato le chiavi e ora apro tutte le porte che voglio.
So finalmente che cos’è una convivenza surrettizia e ho la certezza che la pizza più buona l’ho mangiata quest’anno in un vicolo di Napoli con tre grandi donne. Sapete che il momento migliore per comprare il pane e le paste allo store di un hotel è prima della chiusura perché fanno le svendite? So che esistono teorie sui testi e la loro struttura e organizzazione che non esistevano ancora quando andavo all’Università e che ci vuole una mezza nottata per discuterne con le mie consulenti segrete e alla fine capirci qualcosa.
So che da sola non riesco a finire un intera confezione di pane arabo prima che vada a male. So che chi trova una professoressa Grimaldi, trova un tesoro, e non sto parlando di me!
So che le uova d’importazione più care sono quelle che vengono dalla Francia e che il mascarpone italiano costa uno sproposito all’estero. Ho la certezza che le uniche ore per insegnare qualcosa sono le prime due, quando la giovane mente, in parte anestetizzata dal sonno, può essere ancora parzialmente ancorata a qualcosa di diverso dal calcio o dal sesso. So che il mio cup cake preferito al Red Velvet di Doha è, senza ombra di dubbio, il Devil’s Food e che girare Napoli da turista americana con la mia amica di sempre è il modo ideale per festeggiare la primavera.
Ho sperimentato, con orrore, che i miei figli possono vivere senza di me. Ho scoperto con soddisfazione che mio marito finge benissimo di non poter vivere senza di me e di questo gli sono estremamente grata. Per dimenticare, ho approfittato della solitudine imparando, nell’ordine, a usare un mac, modificare foto e scaricare film dalla rete.
So che in Campania, come negli Emirati, se una donna a 30 anni non ha neanche un figlio o è una gran sfaticata o è brutta come la morte e io - secondo i miei studenti - probabilmente a 30 anni ero entrambe le cose.
So dire grazie in 4 lingue. Ho dovuto provare a spiegare la storia in dialetto.
So che posso spiegare, ad un pubblico di genitori, in una lingua che non è la mia, il programma cinematografico che i figli vedranno. So che è quasi impossibile spiegare la geografia a Gennaro in una lingua che non è la sua.
Ho scoperto che mi piace non lavorare il venerdì, è un giorno di festa che sembra rubato e per questo è più saporito.
So che le mie scarpe camper rappresentano un mistero insolubile per le ragazze della mia scuola: ma come si fa a comprare - nientedimeno che “su internèt” - delle scarpe così basse e così da maschio e, diciamocelo, così brutte,?
So che amo il canto del muezzin, soprattutto al tramonto: il giorno scompare e la preghiera che non comprendo è sempre un ringraziamento per aver vissuto un altro giorno.
Ho sperimentato che basta una ciocca rosa nei miei capelli per far ridere i miei studenti per una settimana, ma se è l’ultima settimana dell’anno che male c’è?
Sono certa che dove passo io due cose non crescono più: gli stipendi puntuali e i diritti sindacali, ma c’è sempre tanta solidarietà e tanta mobilitazione.
So che di quest’anno porterò con me i chilometri, i chili di troppo, gli odori, ma soprattutto le parole nuove. Screenwash, blackbox, lollipop signs, lerning objects, pumitroccola. Eh ma quest’ultima parola non la trovate sul vocabolario, me l’hanno spiegata le mie alunne. Dicesi pumitroccola una meretrice tanto pessima che per lei la stessa offesa - ora con la prima sillaba, ora con le ultime due - va ripetuta ben quattro volte! Quando mi hanno svelato l’arcano, ho proposto uno scambio equo: loro mi avevano regalato il delicato epiteto, io potevo spiegare, con altri esempi, che quel modo di mettere insieme le parole poteva chiamarsi “crasi”. Alla velocità della luce è comparso un telefono che è stato prontamente adoperato per urlare ad una non meglio identificata amica/nemica:”Ueeeeee, Pinaaaaa si ‘na crrrraaaasiiiiii!!!!!!
Adesso sono certa che crasi è una parola che piace.

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